Il presidio
«Ha sbagliato il trapianto dei capelli E dopo mia moglie mi ha lasciato»
Il paziente 54enne ottiene dal giudice la condanna del chirurgo e un indennizzo, ma non il danno per la separazione
lucca
Quella calvizie stava diventando una malattia. Una di quelle ossessioni capaci di mettere in discussione l’autostima con riflessi sul lavoro e persino nel rapporto con la moglie da cui poi si era separato.
Ci contava nell’intervento di autotrapianto dei capelli un 54enne della provincia di Pisa che per due volte aveva provato a pacificare il proprio ego tricologico, ma senza riuscirci.
La prima volta nel 2008 in una clinica di fuori provincia. Poi dopo nove mesi circa nello studio dello stesso chirurgo in Lucchesia, come operazione che aggiustasse quello che non era venuto proprio bene. Anzi, con risultati che ne avevano, a suo dire, mortificato ancora di più l’estetica. E di quei fallimenti nell’aspettativa tradita di riaccarezzare la folta chioma giovanile aveva dato la colpa al medico a cui si era affidato per una rinascita personale partendo da un elemento a cui non volere rinunciare.
Lo aveva fatto chiedendo un risarcimento di 37 mila euro tra danno patrimoniale e biologico, mettendo nel conto anche la fine del matrimonio come effetto collaterale di una capigliatura da “effetto bambola” con cicatrice alla nuca in evidenza.
A conclusione della causa iniziata nel 2013 il giudice Eleonora Polidori ha riconosciuto gli errori del chirurgo, con ambulatorio nella Piana lucchese, ma non li ha monetizzati come il paziente affetto da alopecia avrebbe voluto.
Alla fine il medico è stato condannato a versare al 54enne circa 10 mila euro con l’aggiunta di 3 mila euro di spese legali. Il giudice ha rimosso i malesseri psicologici e la separazione coniugale come “aggravante” da risarcire per l’infelice autotrapianto.
«Occorre precisare – scrive la dottoressa Polidori – che nemmeno i pregiudizi lamentati da parte in ordine ai turbamenti interiori e alle ripercussioni negative in ambito relazionale, lavorativo, sociale e familiare -fino ad arrivare alla separazione con la propria moglie nel post-operatorio - in conseguenza all’esito infausto dell’intervento, hanno trovato riscontro in sede probatoria. Parte attrice infatti non ha fornito né la prova concreta dei turbamenti interiori lamentati, né dimostrato in che misura questo abbia avuto delle ripercussioni negative nella propria vita relazionale, posto che comunque secondo l’id quod plerumque accidit un evento del genere, per quanto fastidioso, non è di per sé idoneo a compromettere un’unione coniugale salda».
Accantonati i riflessi di contorno degli interventi chirurgici, il giudice, accogliendo l’esito della consulenza tecnica affidata al dottor Stefano Lelli, ha definito «la sussistenza di un chiaro profilo di colpa nell’operato del dottor (omissis, ndr) per aver il medesimo impiegato un numero insufficiente di unità follicolari, aver posizionato i bulbi con eccessiva distanza gli uni dagli altri e seguendo un orientamento scorretto, si può certamente ritenere che l’esito non soddisfacente debba essere eziologicamente connesso alla condotta negligente e imperita del medico convenuto».
Nella sua lotta per riavere i capelli che furono, il paziente aveva trovato nel 2010 un medico, a Istanbul, abile nel ripristinare quello che negli anni era sparito.
Dopo tanto penare i capelli sono tornati sulla testa del 54enne, anche se nel frattempo la moglie se ne è andata. Ma per il giudice non è un addebito da imputare alla calvizie. —
Pietro Barghigiani
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