Il presidio
I fantasmi della cybergang finiscono dietro le sbarre
I rumeni e il moldavo ai domiciliari dopo il colpo allo sportello ATM di Segromigno in un mese hanno messo a segno altri cinque colpi con la tecnica del jackpotting
/ LUCCA
Una criminalità senza più limiti e confini composta da professionisti che si muovono con abilità e discrezione in tutta Europa e usano la tecnologia per svuotare senza colpo ferire e senza utilizzare materiale esplodente bancomat ATM Wincor 8050 o 2050 di penultima o terz’ultima generazione in dotazione a numerosi uffici postali sparsi ovunque nel Vecchio Continente. É la nuova frontiera delle cybergang, le bande del futuro, capaci di penetrare nei sistemi informatici attraverso il mercato parallelo e clandestino del malware, il vecchio virus per computer che attraverso un codice maligno permette di accedere al dispositivo elettronico e di svuotare completamente la cassa senza far scattare il dispositivo d’allarme. Riuscire in un mese ad assicurare alla giustizia una banda internazionale che conosceva a menadito la tecnica del jackpotting è in cinque colpi andati a buon fine si era già impossessata di ottantamila euro è un successo senza precedenti per l’Arma dei carabinieri. Un unicum in Italia frutto della professionalità dei militari del colonnello Ugo Blasi.
IN CARCERE
Ieri mattina una trentina di carabinieri guidati dal tenente colonnello Dario Ragusa e dal maggiore Sebastiano Maieli hanno eseguito l’ordinanza di custodia in carcere emessa dal gip Alessandro Trinci su richiesta del pm Antonio Mariotti nei confronti delle tre persone già arrestate il 15 ottobre scorso dopo un inseguimento partito da Segromigno in Piano e conclusosi in Versilia. Si tratta di Vasile Pitel, 24 anni, rumeno, ai domiciliari con la compagna nell’abitazione del padre a Vercelli, Maxim Martinic, 40 anni, rumeno domiciliato a Viareggio nella casa di via Prato 27 dove da febbraio risiedeva in affitto Vasilii Bulgaru, 36 anni, moldavo, il basista del gruppo. La cybergang dal 15 settembre al 15 ottobre si è resa responsabile di altri 5 colpi tra Toscana e Liguria oltre a quello di Segromigno: al postamat ATM di Gallicano, a quello di Vallecchia (Pietrasanta), a San Martino in Freddana (Pescaglia), a Vezzano Ligure (La Spezia) e allo sportello ATM della filiale Monte dei Paschi di Siena di San Giovanni Valdarno. In tutto i malviventi si sono accaparrati 72mila euro. Ma solo 8700 euro in banconote da 50 euro con numero di serie progressivo sono state recuperate dai carabinieri nel corso della perquisizione successiva all’arresto per il tentato furto aggravato allo sportello ATM delle Poste di Segromigno. Il resto è sparito.
LA NUOVA TECNICA
Il jackpotting consiste nel praticare dei fori allo sportello ATM per rimuovere una placca d’acciaio e accedere ai cavi di rete per collegarli con un dispositivo elettronico, chiamato black box, che altro non è che un semplice tablet, introducendo all’interno un malware grazie a un apposito software in uso anche dagli operatori che gestiscono la manutenzione dei bancomat. Un’operazione che consente ai malviventi di avere una semplice erogazione di denaro svuotando completamente la cassa, ma senza lasciare danni evidenti al dispositivo. E tra gli oggetti sequestrati ai malviventi dell’Est un pc con i dispositivi per il collegamento al Postamat, radiotrasmittenti portatilii, trapani e cacciavite.
CELLULARI ALLE MOGLI
La gang originariamente era composta da 5 persone e che si erano rese responsabili di furti analoghi in Francia e probabilmente in Spagna dove è stata segnalata la Bmw con targa straniera. Uno dei componenti è stato arrestato a Lione, un altro è uccel di bosco mentre i tre si sono spostati in Toscana con quartier generale Viareggio. Tre «fantasmi» che si aggiravano per le strade impervie di Toscana, Liguria ed Emilia. Di giorno individuavano gli sportelli ATM - una ventina quelli monitorati - sistemati in zone lontane da arterie o strade a scorrimento veloce. Di notte agivano utilizzano anche diversi tipi di vetture. I cellulari restavano a casa con mogli e alle compagne - tutte senza un’occupazione - che inviavano WhatsApp o sms sul loro telefonino per dimostrare l’avvenuta comunicazione nel lasso di tempo in cui avvenivano i furti agli sportelli. Mille precauzioni usate per paura che le forze dell’ordine potessero intercettarli. Come attendere ore prima di compiere le operazioni per hackerare il sistema e rinunciare al passaggio di pattuglie o auto in transito o ancora nascondersi nella boscaglia. E prima del colpo avevano indosso mascherine, guanti in lattice, giubbotti e cappellini e nelle auto c’erano doppi fondi dove occultare computer, strumenti da scasso, refurtiva e abiti di ricambio. —
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