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Lucca

Coronavirus, ammalarsi o no è questione di anticorpi

Gian Ugo Berti
Coronavirus, ammalarsi o no è questione di anticorpi

Parla l’infettivologo Elio Rossi del Centro coordinamento Medicine complementari «L'effetto clinico del virus è condizionato dalla risposta immunitaria del soggetto»

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LUCCA

Ammalarsi o meno, è anche una questione di fortuna. Il Coronavirus, come qualsiasi altro germe, entra nell’organismo perché oltre alla sua forza infettiva trova una persona in quel momento più debole. Ognuno ha le proprie barriere che però, per cause anche non conosciute, non sempre sono in grado di combattere ciò che le attacca dall’esterno. Parliamo in sostanza degli anticorpi che costituiscono il sistema immunitario, cioè difensivo. Per quanto possibile, utile è condurre una vita sana ed evitare errori, dal non corretto uso delle mascherine, all’igienizzazione delle mani, al distanziamento sociale. Lo spiega l’infettivologo Elio Rossi, responsabile del Centro di coordinamento per le Medicine complementari. Qualcosa – spiega in sintesi - si può fare.

Il Coronavirus può colpire due persone che vivono nello stesso ambiente familiare, di pari età e in buona salute, ma le condizioni poi possono diventare anche molto diverse. Ognuno può reagire in modo differente secondo gli anticorpi che possiede?
«Si, è cosi. L'effetto clinico dell'infezione da Sars-CoV-2 cosi come di qualsiasi altro virus o microrganismo è fortemente condizionato dal livello di risposta immunitaria del soggetto e questo dipende dallo stato di salute complessivo della persona. I sintomi di una malattia infettiva (febbre, dolore, diarrea) derivano dall'interazione fra l'azione del microrganismo e la risposta immunitaria che questo evoca nella persona contagiata».

Esistono esami per valutare il livello di protezione immunologica di una persona?
«Si esistono vari esami che possono dare un quadro della situazione immunologica della persona, ma non forniscono alcuna garanzia di una malattia lieve e neppure della possibilità di evitare il contagio e la malattia stessa. Una persona in perfetto stato di salute e con un sistema immunitario efficiente può ammalarsi ed essere ricoverata in una terapia intensiva o finire intubata se i delicati meccanismi di risposta immunitaria nel momento del contatto con il virus non riescono a bloccare la sua penetrazione nell'organismo, la replicazione virale e la sua diffusione agli organi vitali».

L'alimentazione ha la possibilità d'influenzare il livello degli anticorpi difensivi?
«L'alimentazione gioca un ruolo nel rafforzare, ma anche indebolire, il sistema immunitario ed esistono alimenti che sembrano poter stimolare specificamente la risposta immunitaria antiCovid come ad esempio è stato dimostrato per il momento solo in laboratorio con studi in vitro nel caso della quercetina, un flavonoide contenuto nel radicchio, nelle cipolle rosse e nei capperi e in altri frutti come mele, uva, olive, agrumi, frutti di bosco, e verdure come pomodori, broccoli, ma anche nel tè e nel vino rosso. Siamo in attesa di vedere la sua attività biologica e la sua eventuale efficacia in studi sperimentali compiuti sull'uomo».

Un discorso analogo lo si può fare anche per i tumori?
«Certo. Esistono alimenti come la carne rossa e soprattutto le carni processate come gli insaccati che favoriscono l'infiammazione dell'organismo (pro-infiammatori) e alimenti antinfiammatori come per esempio i frutti di bosco (mirtillo, lamponi, ribes), che invece possono ridurre o contrastare i processi infiammatori che sono all'origine di molte malattie cronico degenerative, e in particolare dei tumori».

Il vaccino può considerarsi una immunoterapia?
«Il vaccino non è una terapia ma una forma di immunizzazione utilizzata come prevenzione delle malattie infettive. La parola vaccino deriva dall'intuizione del medico francese Edward Jenner che a fine del '700 osservo che le persone che venivano contagiate da una forma lieve di vaiolo a cui erano soggetti i bovini, il vaiolo "vaccino", ma non pericoloso per l'uomo, non si ammalavano di vaiolo umano, una gravissima malattia ad altissima letalità». —

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