Il Pd lucchese spaccato non vota i suoi candidati per la Regione
Gli ex renziani non vogliono dire sì a Remaschi e se ne vanno Gli zingarettiani: «Mettete a rischio il risultato di Giani»
lucca
Va in scena lunedì 27 luglio la notte dei lunghi coltelli nel Pd lucchese, durante la riunione del direttivo territoriale che doveva licenziare con il via libera le cinque candidature dem al consiglio regionale. Ma la votazione non c’è stata: il gruppo di ispirazione ex renziana, guidato dal senatore Andrea Marcucci, presente al direttivo, ha deciso di lasciare la riunione dopo aver dichiarato che avrebbe votato quattro candidati su cinque: il segretario territoriale uscente (e autosospeso) Mario Puppa e Valentina Mercanti, espressione della propria corrente, l’outsider Alberto Veronesi, direttore d’orchestra milanese con radici anche in Lucchesia, e l’editrice Francesca Fazzi, uno dei due candidati espressi dalla corrente zingarettiana. Una frattura bella e buona, dentro un gruppo dirigente lucchese che non più tardi del 2017, alla vigilia del primo e secondo turno delle amministrative concluse con la riconferma del sindaco Alessandro Tambellini, ha fatto dell’unione la sua bandiera e la sua strategia di vittoria.
La discussione si è incrinata su un nome: quello di Marco Remaschi, assessore regionale uscente con alle spalle due mandati consecutivi da consigliere regionale (quindici anni filati nel governo regionale). Secondo gli ex renziani incandidabile, ma in questa fase si sono appellati all’impossibilità di pronunciarsi dal momento che su Remaschi la stessa commissione regionale di garanzia del Pd si sia riservata una valutazione, rimandando il giudizio sulla sua candidabilità alla direzione regionale Pd che del 31 luglio, data già programmata per il “super summit” dalla quale usciranno compilate tutte le liste provinciali Pd toscane.
Gli zingarettiani invece hanno dichiarato che avrebbero votato tutti i candidati. Ma l’uscita degli “antagonisti” ha fatto mancare il numero legale e decretato l’impossibilità di votare i cinque candidati con i due terzi dei voti dei presenti all’assemblea. Da qui lo strappo, che ciascuna corrente analizza con la propria visione.
«Un atto, quello di impedire la votazione, che mal si concilia con il concetto stesso di democrazia. Un atto fatto solo per non consentire di mettere in votazione una candidatura specifica, quella di Marco Remaschi – tuonano gli zingarettiani – Il territoriale di Lucca avrebbe dovuto esprimersi su cinque proposte di candidatura, ma ha scelto di non scegliere per non mettere in votazione la candidatura di Remaschi. Una mancanza che non regge su alcun presupposto, se non quello di non far candidare Remaschi, che come ogni altro candidato ha il diritto di mettersi in gioco e di fare la propria campagna elettorale. Tutto questo rischia di compromettere il risultato del Pd e del candidato presidente Eugenio Giani. In discussione, oltre la candidatura di Remaschi, c’è la sopravvivenza del partito. Auspichiamo che la segretaria regionale Bonafè e il segretario nazionale Zingaretti abbiano ben chiaro cosa c’è in ballo e cosa stanno mettendo a repentaglio qualora decidessero di assecondare gli interessi esclusivi e personali di alcuni personaggi».
Ma dall’opposta fazione, le accuse vengono rinviate al mittente: «Dichiarazioni farneticanti». Secondo gli ex renziani infatti, attenendosi ai procedimenti in corso e agli articoli dello statuto nazionale e regionale del Pd, Remaschi sarebbe stato comunque non votabile dal direttivo territoriale. Ma la sensazione, è che a Lucca gli zingarettiani volessero ricostituire un caso Arezzo, dove invece la direzione territoriale Pd ha votato anche la candidatura dell’assessore regionale uscente Vincenzo Ceccarelli, anche lui in attesa di deroga come Remaschi.
Tutto questo non è accaduto, anzi. Il confronto ha dato origine allo scontro che potrebbe essere un’embrionale vigilia di scissione, specialmente guardando alle politiche. Seppure si giochi su piani di correnti interne al Pd, la battaglia ha il retrogusto di una battaglia a due, che vede da una parte il senatore Andrea Marcucci con i candidati a lui vicini, Puppa e Mercanti, e con Stefano Baccelli, consigliere regionale uscente che potrebbe ambire a un posto in giunta con Giani. Ma anche con Luca Menesini, sindaco di Capannori e presidente della Provincia che sarebbe stato il presentatore della candidatura Veronesi e che potrebbe ambire invece, alle prossime politiche, a un posto in Parlamento.
Dall’altra Remaschi, ex marcucciano di ferro poi divorziatosi dal senatore, che si ripresenta, sfidando anche gli statuti Pd, forte di un suo bagaglio considerevole di voti e schierandosi nella corrente del segretario nazionale.
«Quando ho fatto il commissario del Pd a Lucca, prima delle amministrative 2017 – interviene Stefano Bruzzesi – ho agito per l’inclusione. Alla fine cercando di essere super partes abbiamo vinto. Adesso invece siamo davanti a una sfida in cui qualcuno ha il terrore di confrontarsi. È la prima volta. Invece il senso politico e la ragione del buonsenso dovrebbe prevalere».
Nella discussione, si inserisce, da Facebook, Marcello Petrozziello, critico invece sulla candidatura Veronesi, che a suo parere potrebbe indebolire candidati forti: «Mi sembra che emerga da parte di alcuni la voglia di presentare alle prossime regionali un candidato dal cognome famoso ma che ben poco ha a che fare con Lucca e che forse prenderà meno voti di quanti ne prenderei io fra Sorbano e Verciano. Se questo disegno “machiavellico” dovesse prevalere, strapperò per sempre la mia tessera del Pd e voterò altrove». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
