Italia
«Nostra figlia ammazzata ma non coltiviamo l’odio»
Dieci anni fa Alessandra Biagi fu uccisa dall’ex compagno con un fucile modificato Oggi il padre Andrea racconta il dolore senza fine che accompagna ogni suo giorno
Martina Trivigno / capannori
«Ci sono cose che non capisco e di cui non riesco a farmi una ragione, neppure dopo tanto tempo. Anzi, ancora mi tormentano, giorno e notte. Lui era un violento. Lei, mia figlia, si era allontanata. E così l’ha ammazzata. Ma noi non coltiviamo l’odio. Non l’abbiamo mai fatto in tutti questi lunghi, difficili, anni».
Andrea Biagi rompe il silenzio, dopo dieci anni esatti. Dopo due lustri in cui – racconta al “Tirreno” – continua a essere dilaniato dai dubbi. E dai rimpianti.
La mente corre sempre lì, a quella sera. Quando la sua Alessandra, 27 anni, fu barbaramente uccisa dall’ex compagno. Era il 25 maggio 2010, mancavano una manciata di minuti alla mezzanotte e Dejan Ilic, 29 anni, si presentò in quella villetta di via Ponte Strada, a Verciano, dove la sua ex convivente – e madre della loro bambina che allora aveva due anni – era tornata a vivere, insieme ai genitori. E fu lì, nel giardino di casa, che l’assassino sparò ad Alessandra Biagi, uccidendola, con un fucile modificato. E quella stessa arma, Ilic la rivolse contro se stesso, togliendosi la vita.
C’è tanto dolore – e non potrebbe che essere così – nello sguardo di Andrea Biagi, nascosto in parte da un paio di occhiali dalle lenti fumè. Era al Camellietum Compitese, ieri mattina, a Sant’Andrea di Compito, per l’inaugurazione della panchina rossa in ricordo di Alessandra. E di tutte le altre donne, uccise da chi, invece, avrebbe dovuto amarle e anche proteggerle. «La mia vita si è fermata con la morte di Alessandra – racconta, commosso, il padre – Alla nostra famiglia manca tutto, di lei: il suo sorriso, l’ondata di felicità che era capace di sprigionare. Ma, più di ogni altra cosa, ci è stato tolto il futuro. Se soltanto avessi immaginato quello che sarebbe successo, l’avrei protetta, a ogni costo. L’avrei allontanata da Verciano, l’avrei mandata all’estero: qualunque cosa pur di salvarle la vita. Sapevamo che lui era un violento, ma non avremmo mai potuto immaginare che fosse capace di arrivare a tanto. Fa male, ora. Ci è stato strappato il nostro fiore più bello. Proprio come le camelie che ci circondano».
Silvia Amadei, insegnante e consigliera comunale del Comune di Capannori, è la cugina di Alessandra Biagi. È stata lei, tra gli altri, a parlare, ieri mattina. «Non è vero che il tempo lenisce le ferite – ha detto durante il suo intervento – Ma la panchina rossa che inauguriamo ha un obiettivo ben preciso: tenere vivo il ricordo di Alessandra e, al tempo stesso, offrire un’opportunità a tutte le donne vittime di violenza. È fondamentale abbattere gli stereotipi di genere e lavorare sulla prevenzione. Perché il sacrificio di mia cugina non sia stato vano e consenta alle donne di capire che la violenza non se la meritano e non devono sopportarla. Ma denunciare». Lo sa bene Simona Selvanetti, una delle operatrice del centro antiviolenza “Luna” di Lucca. «Io, Alessandra, non l’ho mai conosciuta di persona – racconta – ma la sua triste storia ha influenzato la mia vita, aiutandomi a intraprendere questo cammino professionale. Mi ha dato lo slancio giusto, quello che cercavo, per dare il mio contributo per un mondo diverso e, soprattutto, per aiutare le donne a essere libere».
E, da ieri, c’è quel simbolo in più, in mezzo alle camelie. Una panchina rossa come il sangue delle donne che è stato versato. Come quell’amore che avrebbe dovuto salvaguardarle e, invece, le ha distrutte. Ma anche come il coraggio di chi non si arrende, di chi lotta ogni giorno per difendere i diritti delle donne. «Con questo gesto vogliamo gridare no al femminicidio – hanno aggiunto il sindaco di Capannori, Luca Menesini e l’assessora Serena Frediani – Il lockdown appena trascorso, purtroppo, ha visto riemergere con forza il tema della violenza sulle donne. Siamo qui per ricordare Alessandra e tutte le altre vite spezzate perché quello che hanno subito non debba ripetersi».
Andrea Biagi ascolta, in silenzio, mentre i pensieri affollano la sua mente. Poi, con calma, si avvia lungo la strada che conduce fuori dal Camellietum Compitese. C’è poco da dire quando una giovane vita, una figlia e pure madre, viene ammazzata. «Si può soltanto prevenire perché poi potrebbe essere troppo tardi», conclude il padre di Alessandra, mentre si allontana con grande compostezza, anche nel dolore. Quella sofferenza a cui è difficile abituarsi e che non lo abbandona mai. Da dieci anni di silenzio assordante. –
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