Il presidio
Lo spettacolo da fiaba delle Parole d’oro, fra ingegneria e natura
Domani in regalo la foto della grande opera idraulica realizzata nell’Ottocento alle pendici dei Monti Pisani e immortalata dall’obiettivo di Roberto Paglianti
In alcuni punti sembra di essere in un paesaggio delle fiabe. Tra prati, ruscelli, boschetti, cascate, ponticelli, tempietti neoclassici e architetture in pietra. Non a caso i contadini che lo videro la prima volta lo chiamarono “Parole d'oro”, scambiando per oro le lettere d'ottone che ricoprivano un'iscrizione scolpita su un piccolo ponte.
Per il penultimo appuntamento con le foto del “Respiro della Lucchesia” - domani, giovedì 28 novembre - siamo a Guamo, nel territorio comunale di Capannori, dove nasce l'acquedotto di Lorenzo Nottolini, opera di alta ingegneria idraulica che dalla metà del 1800 porta dentro Lucca le acque sorgive dei Monti Pisani. Anche se negli anni impianti e tubature sono stati sostituiti, l'acqua segue lo stesso percorso di allora: tre chilometri e mezzo dalle colline alla città attraverso 460 archi, in mattoni e muratura, alti 12 metri, sopra i quali un tempo passavano le condotte che oggi invece sono interrate. Venti le fontane dove si può attingere liberamente l'acqua: controllata e sicura, è buona – con proprietà migliori delle minerali in vendita - tanto che i lucchesi fanno abitualmente la fila per farne rifornimento. A commissionare l'intera opera idraulica, nel 1822, fu Maria Luisa di Borbone, duchessa di Lucca, che dette incarico al lucchese Nottolini, architetto di corte. I lavori iniziarono l'anno successivo e proseguirono sotto Carlo Ludovico di Borbone che nel 1824, morta la madre, le succedette; interrotti più volte, terminarono nel 1851.
Alle “Parole d'oro” Nottolini ideò un complesso sistema di raccolta delle acque provenienti dai monti, riuscendo a coniugare perfettamente con armonia, grazia e rispetto la mano dell'uomo con la natura. Canaloni di scolo rivestiti in pietra, casottini di presa, ponticelli e tempietti neoclassici, con funzione di serbatoi, si alternavano su vari livelli in balze di prati erbosi, con i cipressi che facevano da quinta scenografica e lussureggianti boschi retrostanti: un paesaggio tuttora intatto. Su uno dei ponti c'è l'iscrizione che ha fornito lo spunto per il nome del luogo: una scritta in onore di Carlo Ludovico di Borbone. Attraverso cascate altrettanto scenografiche l'acqua arrivava in una grande cisterna – il tempietto di Guamo – dove partono i 460 archi neoclassici, dall'architettura semplice e severa come imponeva la funzione di pubblica utilità. Al termine degli archi si trova il tempietto di San Concordio, da cui, tramite un complesso sistema di tubazioni sotto il baluardo San Colombano delle Mura, l'acqua giungeva nel centro storico di Lucca e arrivava alle fontane collocate in vari punti della città. La lunga arcata, sulla cui sommità passavano due condotte, è integra, salvo in un tratto dell'autostrada A11, per la costruzione della quale furono abbattuti sei archi: la demolizione non passò sotto silenzio e fece gridare allo scempio, ma l'intervento fu giustificato in nome dello sviluppo e del progresso.
Niente, invece, ha alterato l'incanto delle “Parole d'oro”, da sempre meta privilegiata di chi, a un passo dalla città, vuole immergersi nella natura: un percorso pedonale, adatto a tutti, le collega agevolmente al tempietto di San Concordio, punto di partenza della passeggiata. Dai rumori e dal traffico della strada in un attimo si entra in un'altra dimensione, arrivando fino al “cuore” dell'acquedotto circondati da ben altri rumori e visioni. E anche sognare diventa via via sempre più facile. —
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