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Grotta del Vento, i misteri e le bellezze dell’antro incantato della Garfagnana
La seconda foto sarà in distribuzione domani, 7 novembre, sempre con Il Tirreno
LUCCA. Non poteva che chiamarsi così. In omaggio a quel vento che arriva dalle viscere della montagna e l'attraversa, mostrandosi prima violento, poi docile, ma sempre “buono” perché le assicura la vita. E fu proprio il vento, nel 1600, a farla conoscere all'uomo che però impiegò trecento anni prima di entrarci e altri settanta per cominciare ad esplorarla.
Oggi la Grotta del Vento - che si trova sotto le Alpi Apuane a Fornovolasco nel comune garfagnino di Fabbriche di Vergemoli - è una delle meraviglie sotterranee più note in Italia e in Europa. Dalla fine del 1800 ai tempi attuali ne sono stati scoperti oltre quattro chilometri e mezzo, ma c'è ancora un mondo nascosto, costituito da almeno una ventina di diramazioni, che si potrebbe aggiungere ai tre itinerari visitabili tutto l'anno.
Il primo, della durata di un'ora, si snoda lungo una serie di ambienti pieni di stalattiti e stalagmiti di ogni colore e sfumatura, colate, lastre simili a preziosi tendaggi, candide sculture che sembrano fatte di marmo, ghiaccio e cera.
Nel secondo, di due ore, si scende a un livello inferiore dove scorre un piccolo fiume che, dopo aver attraversato alcuni vani di grandi dimensioni, scompare in un sifone per proseguire verso una delle parti inesplorate. Il terzo, di tre ore, aggiunge agli altri due il brivido di un pozzo verticale di novanta metri, con passaggi sospesi sul vuoto di un abisso che pare senza fondo.
Chi ha visitato la grotta la definisce “una meraviglia della natura”, “maestosa”, “spettacolare”, “impressionante”. Non solo per ciò che si vede, ma anche per quello che si sente: il respiro della montagna, quel vento che entra ed esce dalle due estremità - l'una a circa 600 metri di quota, l'altra a 1400 –, garantendo una continua circolazione d'aria nella cavità, dove la temperatura si mantiene sempre sui 10,7 gradi. Del resto lo stupore ne scandisce la storia.
Non è difficile immaginarlo nella popolazione del vicino villaggio che, nel 1600, sentiva uscire dalla roccia quella potente corrente d'aria fresca. La meraviglia si trasformò in senso pratico e così gli abitanti vi costruirono una capanna per portarvi i cibi a conservare, tramandando poi l'abitudine ai due secoli successivi.
Ma da dove veniva quel vento? Anche la curiosità percorse i secoli e alla fine del 1800 una bambina di quattro anni sfidò la natura, riuscendo ad infilarsi dentro il buco che soffiava. La sua avventura durò pochi attimi, sufficienti tuttavia per alimentare lo spirito d'emulazione di alcuni giovani che vollero tentare a loro volta. Ce la fecero, ma a venti metri dall'ingresso ebbero paura e si fermarono, probabilmente influenzati dalle credenze che a quei tempi raccontavano di esseri mostruosi e demoniaci a popolare il mondo sotterraneo.
Passarono altri trent'anni prima che la curiosità e le credenze lasciassero il posto all'approccio scientifico che da quel momento in poi caratterizzò le esplorazioni nella grotta. Era il 1929 e gli speleologi fiorentini del Cai (Club Alpino Italiano) percorsero i primi sessanta metri, arrestandosi di fronte ad un sifone nel quale la galleria s'immergeva.
Le vicende storiche bloccarono le ricerche per decenni finché nel 1961 il gruppo speleologico bolognese avanzò per altri 640 metri, diventati poi quasi il doppio con l'esplorazione effettuata nel 1964 dagli speleologi lucchesi.
Quella discesa aprì la strada alle successive scoperte che hanno portato ai chilometri di gallerie attualmente conosciuti. —
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