Il missionario insubordinato fra i cannibali della Nuova Zelanda
Per padre Barsanti gli aborigeni erano stati isolati dagli inglesi nella lotta per la colonizzazione
il racconto
carla sodini
Padre Ottavio Barsanti dell’Ordine dei Frati minori, era nato a Pietrasanta nel 1825 da un’illustre famiglia locale. Studioso di grande valore quanto inquieto e incurante di ogni forma di gerarchia, si era distinto come professore di teologia nello studio di Santa Maria dell’Aracoeli di Roma. Quando nel 1860 il vescovo di Auckland, mons. Jean-Baptiste-François Pompallier, chiese a Roma alcuni missionari per aiutarlo nell’opera di conversione dei selvaggi della Nuova Zelanda - infedeli e antropofagi - padre Ottavio fu scelto come guida del gruppo formato da sei sacerdoti e tre fratelli laici destinato ad affiancare l’opera del porporato.
A causa di gravi divergenze con i superiori, nel 1865 padre Ottavio fu trasferito a Sidney e, sempre per motivi analoghi, inviato a Melbourne nel 1869. Altri dissidi, questa volta con il missionario Nicola Bassetto arrivato in Australia dall’India nel 1869, gli produssero nuovi guai fino all’espulsione dall’ordine nel 1875. Il clima religioso in buona parte dell’Oceania “vicina” era, allora, tormentato non soltanto dalla competizione fra cattolici e protestanti per la conversione degli aborigeni ma anche da quella fra i vari ordini religiosi di matrice cattolica che si contendevano il primato dell’evangelizzazione dei nativi.
Erano, fra l’altro, anche gli anni in cui stava prendendo vigore una nuova religione maori, il Pai Marire (1862-1869), ispirata al messaggio liberatorio dell’arcangelo Gabriele e nella quale confluivano elementi cristiani e tradizioni native, compresa quella cannibalista come risposta all’espropriazione delle terre da parte dei colonizzatori bianchi e alla distruzione delle loro culture e tradizioni religiose.
Di fronte a tutti questi pericoli, il religioso toscano ingaggiò, sulla base delle proprie esperienze missionarie, un’energica battaglia letteraria con la pubblicazione di un libro (1868) intitolato “I protestanti tra i selvaggi della Nuova Zelanda, ossia storia del Pai Marire”. Nella sua opera padre Ottavio parlava degli aborigeni da lui conosciuti come di esseri primitivi, indotti all’isolamento e allo stato naturale dagli inglesi che li avevano costretti a nascondersi nelle foreste rifiutando l’influenza benefica della religione e di una vita civilizzata. La tenace prevenzione dei maori nei confronti della religione cattolica doveva quindi essere attribuita, secondo Barsanti, ai missionari inglesi che, ricchi di mezzi e di zelo, spargevano copie a stampa delle Sacre Scritture “là nelle mani di tutti quelli in cui casualmente si avvengono” senza rendersi conto di trovarsi di fronte a una società analfabeta. Per mostrare la veridicità delle sue dichiarazioni, il francescano ricorreva episodi che avevano come protagonisti due lucchesi (nel 1870 c’erano in tutta la Nuova Zelanda non più di 260 italiani), insomma gente delle sue parti. Il primo si riferiva a un venditore di statuine di gesso che, girando per Auckland, andò, per caso, a bussare alla porta di una propagandista anglicana. “Tu sei italiano?”, disse la donna, “O che bel paese l’Italia; io ho un libro nella tua lingua: te ne voglio fare un dono. Eccolo! Ma so che vi sono in questa città dei monaci italiani; non lo mostrare, altrimenti ti comandano di bruciarlo”.
Quel libro era l’edizione della Bibbia in lingua italiana del teologo calvinista Giovanni Diodati, discendente, guarda caso, da una famiglia lucchese emigrata a Ginevra “per motivi di religione” negli anni ’40 del XVI secolo. Non sapendo leggere, però, neppure il venditore di statuine fu in grado di apprezzare il valore e il significato di quel dono.—
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