Giovanni Rosini e la “riscrittura lucchese” dell’amore tra la Monaca di Monza ed Egidio
Lo scrittore, orgignario della Val di Chiana e residente a Pisa, aveva però nella nostra città uno dei sui maggiori benefettori
la storia
carla sodini
Giovanni Rosini - nato a Lucignano Val di Chiana nel 1776 – trascorse quasi tutta la sua esistenza a Pisa svolgendovi, in età napoleonica e granducale, un’attività cinquantennale di poeta, romanziere, professore, editore. Nonostante il rapporto intenso con questa città, era particolarmente legato a Lucca perché luogo di nascita di uno dei suoi più generosi benefattori: il patrizio, letterato e ambasciatore straordinario della Repubblica di Lucca, Cristoforo Boccella. Era stato Boccella a sostenerlo, anche economicamente, durante gli anni di studio presso l’ateneo pisano dove si laureò nel 1796 e ottenne, successivamente (1804), la cattedra d’eloquenza. E fu ancora grazie a lui che poté intraprendere la sua multiforme attività di editore e stampatore.
Il suo affetto nei confronti del patrizio lucchese si espresse, a un anno di distanza dalla laurea, con la pubblicazione di un libretto di odi a lui dedicato. Molti anni dopo Rosini testimoniò la sua invariata riconoscenza con diverse testimonianze legate alla morte della figlia del Boccella, Virginia che, in vita sua, non aveva fatto granché se non adattarsi a un destino infausto. Sposata a 15 anni, la giovane era presto restata vedova di Pietro Aulla di Pisa per poi unirsi in matrimonio a Michele Orsucci e morire per i postumi del parto a soli 21 anni. Ma a questo mecenate, anche lui scrittore e poeta non proprio eccelso, Rosini offrì un dono ulteriore più inconsueto venendo meno, anzi rinnegando i termini fondanti dell’atavico contrasto fra lucchesi e pisani. Nella sua opera più interessante, il romanzo storico dedicato alla Signora di Monza, storia del XVII secolo (1829) Rosini introduceva nella fantasia del racconto, ben lontano dalla vera storia di Marianna de Leyva la manzoniana Monaca di Monza, alcuni personaggi di origine lucchese che si distinguevano per astuzia e «sottigliezza d’intendimento, che di rado suole incontrarsi nelle condizioni volgari». Fra questi si ricorda uno dei servi di Egidio, Anguillotto da Palajola che accompagnò il suo padrone e Geltrude in una fuga fantasiosa verso Firenze. Anguillotto, che allora aveva circa trenta anni, era nato a Palaiola nei possedimenti della famiglia Orsetti. Da piccolo era stato affidato a un “figuratore di gessi” con cui aveva viaggiato attraverso la Spagna, la Francia e i Paesi Bassi. Tornato a Lucca, per sfuggire alla giustizia da un’accusa di frode, prese servizio come soldato della Repubblica. Stanco di quella vita, una sera, incontrati alcuni bravi all’osteria, decise di seguire il loro esempio ponendosi a servizio di una famiglia potentissima di Milano. Coinvolto in un assassinio fu allora costretto a riparare a Monza dove passò al servizio di Egidio. Anguillotto si dimostrò un fedele e accorto servitore del nuovo padrone e della sua misteriosa accompagnatrice che trovarono rifugio a Firenze. Una sera, all’osteria delle Bertucce sempre in quella città, Meo, il locandiere gli chiese se fosse fiorentino. Lui rispose: “son di Lucca, per servirvi”. Al che l’altro rispose: “Me n’ero accorto a’ garbi” . —
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