Il Tirreno

Lucca

Un romanzo per vivere la più bella delle avventure

flavia piccinni
Un romanzo per vivere la più bella delle avventure

Da poco uscito “Sette abbracci e tieni il resto” di Stefano Tofani, dipendente del Comune di Lucca

4 MINUTI DI LETTURA





flavia piccinni

«Scrivo a casa, in uno studio, insieme al mio gatto. Di giorno, di notte, quando ho almeno due o tre ore completamente libere da impegni e niente a cui pensare».

Esordisce così Stefano Tofani, da qualche giorno di nuovo in libreria con il libro per ragazzi “Sette abbracci e tieni il resto” (Rizzoli, pp. 218). Tofani, che lavora al Comune di Lucca e ha pubblicato due anni fa “Fiori a Rovescio”, adesso sta lavorando a due romanzi («ma sono fermi lì, non voglio forzare il processo»), e racconta il cortocircuito da cui è nato il libro.

«È nato esattamente nel momento in cui mi sono sentito irrimediabilmente adulto, con un lavoro, due figli piccoli e una madre anziana a cui pensare. La preoccupazione per il futuro, i conti da far tornare, il tempo che non ti basta... Mi veniva da pensare, sempre più spesso, che sarebbe stato bello tornare bambini, pensare solo al presente e ai propri giochi, e avere chi si occupa di te. Un desiderio irrealizzabile, la macchina del tempo non esiste! Esiste però la fantasia, e così sono tornato bambino scrivendo. Ho scavato dentro di me e ho recuperato quello che ero a dodici anni, le paure e le sensazioni che provavo, quel fantastico mondo interiore dei bambini, dove ogni giorno entrano tutte le tristezze e tutte le bellezze della terra. E così è nato Ernesto: un dodicenne a cui ho fatto vivere la più bella delle avventure, quella che avrei voluto vivere io».

Parliamo allora di Ernesto. Chi è?

«Sono io da bambino, timido, indeciso, testardo, silenzioso. Forse Ernesto è un po’ più solo di come ero io, ma proprio per questo è più libero. Come lui ho passato un'infanzia all'aria aperta, in campagna, e ho immaginato mille volte di vivere un'avventura meravigliosa simile alla sua, piena di pericoli e con un mistero da risolvere, contro tutto e tutti. Un personaggio altrettanto interessante è la nonna. La nonna di Ernesto è morta da poco in un incidente d'auto. Lui l'amava moltissimo, e in cambio di un abbraccio riusciva a strapparle quasi tutto. Continua a sentire i suoi proverbi, a chiederle dei consigli, e nonostante non ci sia più lui la porta sempre con sé, dappertutto. Solo al cimitero vede che è morta e allora ci va il minimo indispensabile: “Sapere che è lì sottoterra, ferma e senza cucinare, mi mette una tristezza nera. A casa non la provo questa nostalgia: è come se fosse in gita con la parrocchia o a giocare a tombola con le sue amiche».

Ed Elien chi è?

«Elien è l'incontro con l'altro, il diverso, il bambino che arriva dall'altra parte del mare e parla una strana lingua. Ernesto, a differenza di molti adulti, non ha paura dell'altro, non lo teme, e diventa suo amico. I suoi racconti anzi lo arricchiscono, come dice lui “gli aprono gli occhi sul mondo”. Ne fa quasi un mito, salvo poi accorgersi che Elien è esattamente come tutti gli altri, come gli amici di sempre, del paese».

Naturalmente c'è di mezzo una ragazza che, secondo un topos antichissimo, scompare e deve essere ritrovata...

«Nel mio libro precedente (Fiori a rovescio, ndr) era il padre a scomparire, qui è una ragazza, la compagna di classe di cui Ernesto è segretamente innamorato. Si cerca qualcosa per trovare se stessi ed è il viaggio, il percorso che conta: succede sempre così, nella letteratura come nella vita».

Amicizia e amore sono i temi centrali del romanzo. Quanto contano per lei?

«Contano moltissimo, e contano soprattutto all'età di Ernesto, in quella fase di passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, quando gli amici sono fondamentali per capire e confrontarsi sul mondo degli adulti e fare le prime esperienze, commettere i primi errori. In una parola: crescere. Ernesto ha pochi amici e sarà proprio la cotta per Martina a dargli l'opportunità di mettersi alla prova. È sempre un mistero l'amore, ma a quell'età di più, e Ernesto cerca di capire quello dei grandi. Perchè se due stanno insieme alla fine si vengono a noia e si lasciano? Perché l'amore si sgonfia come un palloncino? E confronta la storia dei propri genitori, separati, con quella dei nonni».

Il libro si apre con una citazione dello scrittore Aldo Nove: «I grandi sono bambini andati a male». Ne è davvero convinto?

«È lo stupore la caratteristica più grande di Ernesto. È capace di provarlo, nel bene e nel male. È in comunione totale con le cose, con i fiori, gli insetti, e con tutto ciò che è ad altezza bambino e che i grandi non vedono più. Ernesto vive di domande, si interroga su tutto, a differenza della maggior parte degli adulti che vive di certezze, e ormai non si meraviglia più di niente. È in questo caso che i grandi vanno a male, quando perdono quella purezza, quella capacità di arrossire, di osservare, di ascoltare e inventare le storie, di giocare. Dare tutto per scontato è andare a male; avere una vita senza sogni e senza fantasia. Assuefarsi al bello e al brutto è andare a male». —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani