Il Tirreno

Lucca

Giovan Battista Santini da prigioniero del Gran Visir all’Ordine di Malta

carla sodini
Giovan Battista Santini da prigioniero del Gran Visir all’Ordine di Malta

Imprigionato dai Turchi durante la seconda battaglia di Buda si fece passare per un volontario francese figlio di un parrucchiere 

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LA STORIA

carla sodini

«Oddio son morto», disse a sé stesso Giovan Battista Santini mentre una lancia gli premeva sul collo e una corda ruvida gli stringeva dolorosamente le spalle. E, in quell’attimo, gli si intrecciarono nella mente le immagini più belle della sua breve esistenza.

La strada e il palazzo in cui era nato, a Lucca, nel 1660, le grida dei fratelli maggiori, il volto esangue del padre Paolino poco prima di lasciare questo mondo, il sorriso tenero e incerto del suo protettore, il cardinale Francesco Buonvisi.

Ora era lì, stretto nei lacci e imprigionato come una crisalide mentre un gruppo di tartari appiedati lo spingevano e lo strattonavano per condurlo davanti al Primo Visir.

Non era facile camminare in quelle condizioni, neppure continuare a pensare. Tutto era cominciato nel mese di dicembre del 1684 quando, di ritorno dall’infelice assedio di Buda, era stato nominato dall’Elettore di Baviera capitano di corazze nel reggimento del conte di Saleburgh.

Dopo due anni di servizio, Giovan Battista si era trovato al secondo assedio di Buda e stava, appunto, organizzando il sistema di sorveglianza al campo per ordine del Serenissimo Principe Luigi di Baden, quando quei diavoli maledetti l’avevano catturato con l’aiuto anche di una fitta nebbia che gli aveva fatto perdere l’orientamento.

Condotto al cospetto di Solimano Pascià, Giovan Battista dichiarò di essere un volontario francese, figlio di un parrucchiere di Parigi trasferitosi in Germania per imparare il mestiere della guerra. I francesi, infatti erano assai ben voluti dai turchi rispetto ai tedeschi e agli italiani.

Alle richieste di Solimano sulla composizione e il numero dei combattenti dell’esercito cristiano e sui rapporti che intercorrevano fra i comandanti, il giovane rispose come meglio poteva per non incorrere nelle ire del Visir.

Ricondotto nella tenda che serviva da prigione e percosso da un ufficiale a conferma della sua condizione di “schiavo del turco con la catena al piede”, il Santini visse attimi di terrore fino all’alba quando un cerusico francese lo informò che Solimano, soddisfatto delle sue risposte, aveva deciso di accettarlo per schiavo e quindi di trattarlo umanamente.

Più utile si rivelò l’amicizia fra il giovane e Alessandro Maurocordato che, nelle sue funzioni di turcimanno dell’Imperatore alla Porta, stava cercando di tessere i primi accordi di un negoziato di pace fra la Porta, il duca di Lorena e il principe Ermanno di Baden.

Trasferito a Belgrado dopo la presa di Buda da parte dell’esercito cattolico, Giovan Battista fu costretto dal Gran Visir ma “con maniere dolci” e per quindici giorni continui “a andare dal Mufti ed essere istruito nella legge di Maometto”.

Restato saldo nella sua fede e capace, ormai, di parlare e intendere la lingua turca, Giovan Battista trascorse l’inverno a Belgrado in buona salute e ben trattato finché, dopo la nuova disfatta dell’armata turca e la caduta in disgrazia del suo padrone, fu relegato nella prigione di quella città in condizioni disumane.

A salvarlo dalla morte certa intervenne il cardinal Buonvisi che, nella sua qualità di nunzio alla Corte Imperiale e membro del Consiglio di guerra, provvide, tramite il conte Luigi Marsili anche lui reduce da un’esperienza analoga e riscattato nel 1684, a uno scambio di prigionieri fra il lucchese e un ufficiale turco.

Così il 16 maggio 1688 Giovan Battista concluse la sua avventura ai piedi del cardinale Francesco a cui era andato a rendere omaggio con reverenza e devozione.

Il Santini proseguì poi la sua carriera militare nell’Odine di Malta come altri soldati provenienti dal suo casato. —

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