Paziente suicida all’ospedale S. Luca Fissato il processo per tre medici
LUCCA. Si terrà il 13 dicembre di fronte al giudice dell’udienza preliminare il procedimento che vede indagate con l’accusa di omicidio colposo in concorso tre dottoresse in turno al pronto soccorso il 15 maggio 2018. Stando all’accusa le tre professioniste - rispettivamente di 40, 47 e 68 anni, due residenti a Lucca e una a San Giuliano Terme in servizio al mattino, al pomeriggio e la notte - non avrebbero vigilato attentamente un paziente di 51 anni residente in Media Valle che aveva già cercato di suicidarsi sulla tomba della madre.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il paziente giunse in pronto soccorso attorno alle 9,30 del mattino del 15 maggio, dopo aver tentato il suicidio . Nei suoi confronti non venne mai chiesta, per l’accusa, una nuova visita che avrebbe potuto concludersi con un ricovero in psichiatria. Una soluzione che avrebbe potuto evitare la cronaca di una morte consumata nella solitudine di un bagno nella notte tra il 15 e il 16 maggio 2018.
Per la procura della Repubblica quel paziente era a forte rischio. Perché se venivano meno le condizioni di vigilanza quella persona, che aveva tentato di togliersi la vita tagliandosi le vene ai polsi dopo la morte della madre, avrebbe potuto ripetere quel gesto in ogni momento.
Così approfittando di una mancata stretta sorveglianza il paziente prese due sacchetti di plastica e un laccio, andò nel bagno nei pressi della cameretta in cui era ricoverato e, dopo averli calati in testa e stretti intorno al collo, si soffocò alle 3,30 del mattino del 16 maggio.
Lo psichiatra lo aveva visitato la mattina del 15, dopo averlo mandato in reparto per i problemi dovuti alle ferite alle braccia, si era raccomandato di essere ricontattato per una nuova valutazione circa la degenza in psichiatria.
Secondo l’accusa, retta dal sostituto procuratore Piero Capizzoto, nessuno dei medici del pronto soccorso in servizio quel giorno si preoccupò di segnalare il caso al collega psichiatra. Per gli inquirenti poi quando il paziente era passato nel reparto osservazione breve intensiva gli altri due medici indagati lo avevano tenuto d’occhio in maniera blanda senza chiedere l’intervento dello specialista che, stando all’accusa, avrebbe colto il malessere nell’aspirante suicida. E avrebbe impedito di lasciarlo solo nella camera dandogli anche la possibilità di reperire il materiale con cui poi si uccise. Una vicenda tutta da chiarire anche in sede processuale. Perché impedire a un suicida di commettere l’insano gesto non è impresa facile. —
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