Il Tirreno

Lucca

Bolcioni: il coraggio, la deportazione e la morte all’indomani della liberazione

FLAVIA PICCINNI
Bolcioni: il coraggio, la deportazione e la morte all’indomani della liberazione

A Meati, in via per Gattaiola, sarà posta una lapide per ricordare il soldato lucchese, eroico come altri indimenticati lucchesi 

3 MINUTI DI LETTURA





IL RITRATTO

FLAVIA PICCINNI

Fra una manciata di giorni ci sarà un anniversario importante: il settantacinquesimo anniversario dalla liberazione di Lucca. Il cinque settembre del 1944, alla fine dell’estate, in un clima che grondava disperazione e miseria, la nostra città venne infatti liberata da un nutrito gruppo di uomini e di donne che lottarono contro l’odio imperante, cercando di compattare con la forza e l’energia una comunità messa in ginocchio dalla povertà, dalla mancanza di cibo e di futuro. Potremmo definirli eroi del quotidiano, utilizzando delle parole tanto care a un certo giornalismo contemporaneo; eppure furono molto di più perché stravolsero la loro vita, in molti casi la rischiarono e in taluni la persero, in nome della libertà.

I protagonisti di quel tempo – che segnarono in modo inscindibile i seguenti anni, fino al presente – sono una lunga e in parte perduta sequenza di nomi, una sequenza di storie e di facce, di sofferenze e di speranze, spesso inglobate nei meccanismi inesorabili e impietosi della storia. Ed è così – grazie ai libri e agli studiosi, grazie anche a un ricco programma del Comune di Lucca che nei prossimi giorni metterà in fila un nutrito calendario di eventi – che riacquistano la necessaria visibilità da protagonisti uomini (purtroppo poche le donne!) che si sono battuti fino alla fine. Persone che, per quel meccanismo spietato e violento che è la cronaca e dunque la storia, sono state smarrite nel tempo.

Ed è così che prenderà spazio a Meati, in via per Gattaiola, una lapide per Giovanni Bolcioni o tornerà alla memoria il nome di Mario Bonacchi che, a capo della pattuglia partigiana, salvò Lucca dai bombardamenti. Oltre le fotografie in bianco e nero, che ne fermano i visi di giovani belli e coraggiosi, riemergono però in quell’infinita sequenza di aneddoti e di coraggio che è il passato anche due altri lucchesi, Danilo Bolcioni e Bruno Toni, già premiati l’anno scorso con due medaglie d’onore concesse dal Presidente della Repubblica.

Ma chi erano? Bolcioni e Toni erano due soldati italiani che dopo l’8 settembre non si piegarono alla volontà dei nazifascisti e, deportati in Germania, resistettero fino alla morte. Entrambi giovanissimi ebbero due vite molto diverse, ma due simili destini. Bolcioni venne internato nel campo di prigionia di Zeithain (la sigla era quella di “imi” ovvero Internato militare italiano), una sorta di ospedale prigione dove venne liberato dai russi al loro arrivo il 23 aprile del 1945: purtroppo era molto malato e, appena 27enne, morì due giorni dopo. Lo seppellirono nel cimitero del campo insieme a decine e decine di altri militari italiani, e ritornò a Lucca solo nel 1992. La storia di Bolcioni – smarrita come smarrite sono quelle di migliaia di caduti – è esemplare: ricordando questi nomi – e in vista delle imminenti celebrazioni – diventa infatti lecito chiedersi quale sia il senso oltre quello del mero cimelio che viene studiato con cura e spolverato con attenzione. Pensando agli eventi volti a coinvolgere gli studenti, ci si deve chiedere se oltre la forma – una forma bellissima e necessaria, superfluo dirlo – questi appuntamenti lascino qualcosa di più che il sollievo negli alunni per aver perduto due ore, o poco di più, di lezione. I nomi del passato – i grandi nomi che hanno fatto la storia della città, dandole lustro nel tempo e oltre i confini delle mura – sono certamente un prezioso mezzo per capire il tempo e per tramandare il ricordo, oltre che un mezzo per aprire la mente e ispirarsi, ma sono anche un incredibile spunto di riflessione per ragionare sulla povertà culturale, sulla ripetitività, sulla malinconica nostra vita culturale e civile. Sono, insomma, a volte occasioni perdute, delle zattere lasciate andare su cui adesso sale un amministratore ora un altro, ma il tessuto cittadino resta purtroppo refrattario e annoiato. Quasi che il tempo e la sua memoria, a Lucca come nella sua periferia, sia solo uno strato di polvere e poco più. —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Muore nello schianto contro la vettura dell’ex compagno: ipotesi omicidio volontario

di Redazione web