Il Tirreno

Lucca

Carlo Piaggia, l’esploratore dell’Africa morto per altruismo

flavia piccinni
Carlo Piaggia, l’esploratore dell’Africa morto per altruismo

Lasciò l’Italia dopo che il colera gli aveva sterminato la famiglia Viaggiò in tutta il Continente nero, vivendo con le tribù

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flavia piccinni

C’è un proverbio indiano molto bello che recita “viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso”. Ed è un proverbio che ben si adatta alla storia di Carlo Piaggia, lucchese della provincia – nacque nel 1827 a Badia di Cantignano, piccola frazione di Capannori – e viaggiatore per vocazione e necessità.

La storia di Piaggia, esploratore instancabile e coraggioso, è una riflessione aperta su molti temi e obbliga a riflettere sulle scelte di vita, su quelle dettate dalla realtà e ancora di più sul proprio destino. Il destino di Piaggia, infatti, era quello di andare a lavorare nei campi e nel mulino di famiglia. Esattamente come faceva, insieme ai genitori e ai sei fratelli, benché lui sognasse di studiare. In casa però i soldi erano pochi e così si doveva accontentare dei libri che gli prestava il parroco del paese, di qualche chiacchierata in piazza con gente un poco più colta di lui, e nulla altro.

Ma il destino aveva in serbo qualcosa di diverso per Piaggia dallo sposare una giovane del paese, fare figli e morire di stenti. E quel qualcosa gli si palesò davanti come la cosa più orrenda che possa capitare a un essere umano. L’arrivo del colera, nel 1849, travolse l’Italia e con lei Lucca con tutte le sue campagne. La famiglia Piaggia fu decimata: morirono la madre, i tre fratelli e le due sorelle di Carlo che, si dice, per non impazzire abbandonò il mondo conosciuto per viaggiare.

Nel 1851 fece la valigia per non tornare mai più. Andò a lavorare a Tunisi e ad Alessandria, si imbarcò alla volta dell’Egitto e del Sudan. E proprio in Sudan approdò nella capitale Khartoum, che sta nel punto esatto in cui si uniscono il Nilo bianco e il Nilo azzurro, e che già all’epoca era il polo economico della nazione, centro amministrativo e cuore pulsante di storia e di cultura. Qui fece la conoscenza di Orazio Antinori, naturalista e viaggiatore, che all’epoca era già alquanto noto per aver attraversato la Grecia, l’Asia Minore e la Siria, ma anche l’Egitto e il Sudan curando raccolte ornitologiche; lo stesso che avrebbe poi fondato nel 1867 la Società geografica italiana, della quale per molti anni fu segretario generale. Era il 1860. Insieme Piaggia e Antinori viaggiarono a lungo sul Nilo Azzurro, attraversarono il fiume delle gazzelle - detto Bahr el Ghazal, che passa nella parte più meridionale del Sudan – e si fermarono in territori inesplorati. Gli stessi territori che poi Piaggia scelse di battere da solo tre anni più tardi, arrivando a vivere perfino con una tribù cannibale.

Si tratta degli Zande – dispregiativamente definiti anche “gnam gnam” – che popolavano la parte più a Nord del Congo e a Ovest del Sudan. Erano noti per la loro cultura animista che li portava a credere che ogni essere animato e inanimato avesse un’anima, e a essere persuasi che con la morte gli stregoni divenissero degli spiriti magligni capaci di provare un odio tremendo nei confronti dell’intera umanità. Con la permanenza presso la tribù – all’epoca ancora poco nota – Piaggia conquistò una buona popolarità internazionale, come sostiene anche la studiosa Ernesta Cerulli ne “Nel paese dei Bantu”, quando racconta: «L'esploratore italiano Carlo Piaggia il 1.11.1863 intraprendeva il viaggio verso il paese dei Niam-Niam, di cui si diceva che erano per metà uomini e per metà cani; che possedevano una coda a ventaglio; che uccidevano e mangiavano un vecchio in punto di morte o uno schiavo fuggiasco e che il solo condimento da essi usato era il grasso umano»”. Nonostante la fascinazione per la tribù, Piaggia nel 1871 viaggiò in Eritrea: la Società Geografica Italiana gli aveva infatti affidato il compito di raccogliere notizie sui territori e sulle popolazioni locali, e così lui fece. Per un trattò viaggio con Antinori, poi rimase da solo, scegliendo nuovi compagni per ogni avventura. Fu così che andò insieme al console De Sarzach in Etiopia, o che proseguì da solo a circumnavigare il Lago Tana.

Si dice, di Piaggia, che avesse un carattere gioviale e introspettivo, che non parlasse mai della famiglia o della sua vita italiana, tutto com’era concentrato sul presente. In solitaria esplorò il Lago Alberto, nonché il Lago che battezzò come Capechi – adesso noto come Lago Kyoga, in Uganda. Ancora, tornò di nuovo nell’amata Khartoum, si preparò per partire e andare ad aiutare due colleghi che erano stati fatti prigionieri nel Ghera, ma le autorità locali che fino a poco tempo prima gli erano state amiche lo rallentarono prima, dunque lo imprigionarono. Fu un disastro. Piaggia tornò dunque a Khartoum un anno dopo, stanco e affaticato nel fisico. Decise di partire verso la parte più meridionale del Sudan dove gli era giunta voce un eploratore olandese fosse stato fatto prigioniero, ma quando vi arrivò era prossimo alla morte. Nel tentativo di salvare uno sconosciuto, si spense il 17 gennaio del 1882 a soli 55 anni. Lasciò una buona letteratura e molti amici. —

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