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Lucchese, il terzo crac in meno di undici anni supera i due milioni
Stamani depositata la declaratoria fallimentare con Del Prete nominato curatore A febbraio l’esame dello stato passivo. Adesso le indagini sulle responsabilità
LUCCA. Seppellita da poco più di 2 milioni di debiti l’As Lucchese Libertas alle 9 del primo luglio chiude i battenti per la terza volta della sua storia secolare. Negli ultimi 11 anni - dalla stagione 2008-2009 a quella 2018-19 - la squadra patrimonio della città deve dire addio al professionismo. Non a causa di una retrocessione sul campo, ma dell’ennesimo crac.
La declaratoria fallimentare, firmata dal presidente Giulio Giuntoli e dal giudice delegato Giacomo Lucente, arriva come una cambiale in protesto ed è propedeutica alla rinuncia (scontata) della domanda di concordato preventivo presentata dall’avvocato Massone per conto della Lucchese di cui Aldo Castelli detiene il 98% delle quote. Così il commissario giudiziario Claudio Del Prete viene nominato curatore fallimentare dal giudice delegato che fissa l’assemblea dei creditori e l’esame dello stato passivo per il 4 febbraio 2020.
Cosa accadrà adesso? La vicenda seguirà due strade: quella legata al fallimento, con il tentativo di recuperare tutti i crediti giacenti in Lega (200mila euro sono già sul conto del fallimento, 100 non dovrebbero tardare ad arrivare e forse ci sarà la possibilità di recuperare anche un’ultima tranche da altri 120mila euro) per soddisfare i creditori privilegiati e i chirografari. Il curatore proverà a vendere scrivanie e alcuni automezzi di proprietà della società fallita. Ma la somma che sarà possibile realizzare sarà pari a un quarto del debito complessivo. I fornitori recupereranno la minima parte del loro credito.
Poi ci saranno da capire le ragioni che hanno portato al dissesto. Andando a ritroso, visto che l’ultima ricapitalizzazione c’è stata a dicembre prima dell’ingresso di Castelli e Ottaviani, il curatore dovrà verificare a quanto risale la sofferenza della società. La Guardia di Finanza, per conto della procura, ha già sentito come persone informate dei fatti molti addetti ai lavori (esempio il ds Obbedio) e dovrà scoprire se si è trattato soltanto di una gestione sbagliata oppure se c’è stato un tentativo di fallimento pilotato e se possono essere riscontrati i reati di bancarotta patrimoniale, documentale o per distrazione oltre a frodi fiscali e reati legati alla contabilizzazione delle poste attive e passive.
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IL DEBITO
Alla data del 17 maggio il debito complessivo è di poco più di 2 milioni. Così suddivisi.
Debito tributario con l’Erario: 842.352 euro (tra le voci 43mila Iva, 150mila Ritenute Lavoratori dipendenti, 28mila Ritenute Lav. Autonomi).
Debito Previdenziale: 439.982 euro (Inps 199mila euro, Inail 100mila euro, Fondo Solidarietà 18mila euro).
Altri Debiti: 414mila euro (tra le voci Compensi ai calciatori 168mila euro, Segreteria Sportiva 5.293 euro, Allenatore 41.628 euro, Direttore tecnico 12. 511 euro, Debiti verso il Comune per la concessione del Porta Elisa 73mila euro, Debito Coam transazione oltre 12 mesi 83mila euro).
Fornitori: 339.208 euro.
LA DIFESA DI MASSONE
Il legale della Lucchese, vista l’impossibilità di procedere all’iscrizione in C nella stagione 2019-20, aveva provato a trasformare il concordato preventivo in una liquidazione volontaria. Prendendosi meriti non suoi del recupero dalla Lega Pro di 200mila euro a cui c’era la possibilità di aggiungere in tempi rapidi altri 220mila euro. E con l’impugnazione della sentenza Caf sull’ammenda di 350mila euro legata alla fideiussione la possibilità di recuperare le polizze depositate. Il tutto contestando l’istanza di fallimento presentata dalla procura in quanto «irrispettosa della normativa fallimentare» e sostenendo l’impossibilità di iscriversi anche per la mancata agibilità dello stadio.
MOTIVI DEL CRAC
Parole in libertà, quelle del legale della Lucchese. Perché come ribadito più volte dal dottor Del Prete per salvare il salvabile era necessario immettere liquidità (almeno 6-700mila euro) all’interno di una società di calcio che - bilanci alla mano - al 30 giugno 2018 aveva evidenziato una perdita di esercizio di 739mila euro, crediti per 659mila euro e debiti per 1,9 milioni a fronte di ricavi pari a 801mila euro. Tra l’altro dal 2014 al 2019 erano stati emessi 15 decreti ingiuntivi. Dalle società di Castelli (molte delle quali con bilanci non presentati negli ultimi 4 anni) si evinceva che l’ex odontotecnico - che dal 2015 non presentava la dichiarazione dei redditi - non aveva la forza economica di mettere soldi nella Lucchese. Come avrebbe potuto salvare la Pantera all’ultimo istante quando da gennaio non ha tirato fuori un euro?
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