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Ecco Leopoldo Falco il prefetto che punta sulla cultura e il volontariato

Ecco Leopoldo Falco il prefetto che punta sulla cultura e il volontariato

Il rappresentante del Governo ricorda l’impegno in Sicilia e l’emergenza per l’arrivo dei migranti

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LUCCA. Dimenticate il cliché del prefetto come figura burocratica, un po’ grigia e noiosa. Dimenticatela se vi trovate davanti a Leopoldo Falco, da pochi giorni rappresentante del Governo a Lucca: questo napoletano di 64 anni che racconta della penetrazione della mafia nella provincia di Trapani ma anche delle mucche nella provincia pontina,ha la capacità di non risultare mai noioso e di andare dritto al punto. Come quando spiega di confidare molto nella collaborazione «con il mondo del volontariato e quello della cultura».

Falco, nel suo primo incontro con i giornalisti, parte da una difficoltà di base nel definire il ruolo del prefetto oggi: «Neanche sappiamo cosa siamo. Certamente siamo quelli delle emergenze». E sottolinea, a questo punto, un aspetto della sua carriera che ritornerà più volte nel colloquio, a dimostrazione dell’importanza che ha avuto nella sua formazione umana prima ancora che professionale: «L’emergenza la abbiamo avuta a Trapani con i migranti. È stato lì che ho potuto apprezzare il contributo eccezionale del volontariato. Senza quello saremmo stati travolti in poche settimane. Quando andavo, ogni mattina, al porto, trovavo oltre alle forze dell’ordine un esercito di volontari. E sarò loro sempre riconoscente».

Falco racconta di aver lavorato molto negli uffici legislativi del ministero, anche a diretta collaborazione con gli ultimi tre responsabili degli interni (Angelino Alfano, Marco Minniti e Matteo Salvini), ma di preferire il lavoro sul campo. Più volte è stato commissario prefettizio in comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Tra queste esperienze annovera anche quella a Salemi, dove subentrò all’amministrazione del sindaco Vittorio Sgarbi, scatenando le ire del critico d’arte. «Di questo non voglio parlare - dice Falco -. D’altra parte io non ho mai voluto replicare al signor Sgarbi, anche quando lui parlava contro di me in televisione. Posso solo dire che ho cercato di fare il meglio possibile come commissario a Salemi».

Il nuovo inquilino di palazzo Ducale racconta di aver conosciuto Lucca nel 1982 quando, all’inizio della sua carriera prefettizia, fu assegnato a Pistoia: «In quegli anni avevo amici a Lucca e venivo spesso. Poi ci sono tornato diverse altre volte». Il prefetto spiega di essere stato destinato a Lucca perché il suo impiego di presidente del Centro studi del ministero dell’interno ancora non è entrata nel vivo: «Così c’era un prefetto fermo e a Lucca c’era un posto da occupare e mi sono trovato qui».

Falco batte spesso sul tasto della cultura, intesa come luogo di incontro e di confronto. E confronto non è una parola casuale. Perché è la stessa che Falco adopera anche quando parla del ruolo del prefetto come organizzatore, appunto, di tavoli di confronto intorno ai quali convocare tutte le realtà interessate a un tema. Realtà che possono essere enti, ma anche associazioni che lavorano su quell’argomento: «Ad esempio a Trapani abbiamo avuto un rapporto bellissimo con Libera e con don Luigi Ciotti», ricorda Falco.

Nei prossimi giorni il prefetto incontrerà tutti i sindaci e comincerà ad occuparsi dei dossier più importanti. Con un occhio particolare per la Versilia, ma non solo: «La criminalità segue i soldi e in città come queste di solito si tende a sottovalutare».

Rimane solo un nodo da sciogliere: cosa c’entrano le mucche ricordate all’inizio? Risalgono al periodo da commissario a Sezze Romano, che fra i problemi aveva un branco di mucche maremmane introdotte anni prima e poi diventate selvatiche e pericolose: «Dopo alcuni tentativi andati a vuoto - ricorda Falco - riuscimmo a intrappolare la femmina del capobranco e successivamente tutti gli altri». —
 

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