Il Tirreno

Lucca

Rene scambiato, chiesta l’assoluzione per la radiologa e i due medici Asl

L.T.

Nel referto della Gianni non c’era la certezza della neoplasia Il legale: «C’era solo il sospetto: dovevano eseguire altri esami»

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LUCCA. Nessuna sentenza. Almeno per adesso. Il giudice Stefano Billet deve riflettere prima di prendere una decisione. E la data fissata è quella di lunedì 10 giugno alle ore 9. A quella data il giudice monocratico potrebbe leggere il dispositivo della sentenza o nominare un perito - come richiesto dal professor Enrico Marzaduri, il legale del principale imputato (il chirurgo Stefano Torcigliani) - che stabilisca la capacità di lettura della Tac da parte di medici specialisti non radiologi e la capacità di poter individuare la neoplasia posta a 63 centimetri con un ureteroscopio semi rigido (mai utilizzato perché ritenuto non funzionante). E intanto la parte offesa, Guido Dal Porto, 58 anni, a cui è stato asportato per errore il rene destro sano anzichè il sinistro malato, non ha ancora ricevuto una proposta risarcitoria scritta. Anzi, il legale dell’Asl, Marco Meoli, ha chiesto per gli imputati l’assoluzione e logicamente nessuna forma risarcitoria. E in subordine la condanna a un risarcimento senza provvisionale.

IL GIORNO DELLE DIFESE

Tre ore utilizzate dal pool difensivo per cercare di smontare la tesi del pubblico ministero che vede i tre medici sotto processo per lesioni gravissime - i chirurghi Stefano Torcigliani, 60 anni e Giuseppe Silvestri di 62 e la radiologa Claudia Gianni di 43 - accusati di aver agito con superficialità, scarsa attenzione e grave negligenza. E dalle arringhe è emerso un diverso profilo di responsabilità. Gli avvocati Carlo Di Bugno e Francesco Guastapaglia hanno chiesto per la radiologa Claudia Gianni l’assoluzione piena. Il motivo? La parola «sospetta neoplasia al rene destro» nel referto posto all’attenzione dei chirurghi urologi. Il sospetto non è una certezza. Dunque, stando ai legali, toccava a chi poi ha operato effettuare una Tac, un’ecografia o tentare un’indagine ureteroscopica al rene destro, peraltro quello sano. In quel modo - stando agli avvocati della radiologa - l’errore commesso, causato da una mera distrazione forse dovuta agli eccessivi carichi di lavoro, viene superato per la posizione di garanzia occupata. In sostanza dal rapporto di causalità tra l’errore e i riflessi dell’errore nell’attività successiva. Perché quegli esami, prima di svolgere l’intervento chirurgico, dovevano essere ripetuti e avrebbero portato all’esclusione della neoplasia dal rene destro.

Per Stefano Torcigliani e Giuseppe Silvestri - gli avvocati Marzaduri e Giovannelli - hanno chiesto l’assoluzione con la formula «perché il fatto non costituisce reato». Per gli avvocati non si tratta dunque di un illecito penale visto che manca l’elemento soggettivo del reato (dolo, colpa o premeditazione) e siamo in presenza di una «causa di giustificazione». Se c’è colpa si tratta di colpa lievissima e, stando al professor Marzaduri, l’errore è «sistematico da un’attività organizzata del lavoro».

PROTOCOLLO OKAY

Per l’avvocato del chirurgo che ha eseguito l’intervento il suo assistito «il 7 marzo 2016 ha eseguito alla lettera il protocollo Asl. Ma vista l’impossibilità di utilizzare l’ureteroscopio e la non sufficiente visione delle immagini della Tac ha dato un rilievo forse eccessivo ad un dato legato al referto radiologico facendo un fondato affidamento ai segnali importanti di sussistenti patologie tumorali».

PENE RICALCOLATE

Il pubblico ministero Elena Leone ha ricalcolato le pene in considerazione dell’ipotesi colposa dei fatti. Chiedendo complessivamente un anno e cinque mesi per i tre imputati accusati di lesioni gravissime. Sei mesi per Torcigliani e Silvestri, cinque per Claudia Gianni. Subordinando la concessione della condizionale al risarcimento dei danni. —

L.T.

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