Il presidio
«Il cammino è una visione delle cose Sarò pellegrino insieme ai giovani»
Intervista al vescovo Giulietti. «Scrivo guide per la Terrasanta per aiutare gli altri a fare le mie esperienze»
Terrasanta, Santiago di Compostela, Roma, Loreto, Assisi, Monte Sant’Angelo in Puglia, la via Francigena fino a Lucca. Mentre elenca le rotte dei tanti cammini affrontati, monsignor Paolo Giulietti fa piccole pause, e in un nanosecondo ricorda. Le immagini degli innumerevoli chilometri percorsi a piedi immerso nella natura e nella spiritualità, sono flash che gli attraversano gli occhi, quasi traspaiono dall’espressione del suo volto sempre solare.
Il cammino è la cifra di monsignor Paolo Giulietti, nuovo arcivescovo di Lucca, che ha fatto ingresso nella sua nuova diocesi domenica 12 maggio a piedi, venuto da Perugia dove era vescovo, con lo zaino in spalla e i pantaloni sporchi di terra. Un pellegrino vero, convinto.
Quando ha “conosciuto” il cammino? Quando è diventato così importante per lei?
«Mi sono accostato alla dimensione del pellegrino solo per motivi pastorali. La prima volta nel 1990, quando ho percorso il cammino di Santiago di Compostela. In seguito vi ho portato anche i ragazzi della pastorale. Il pellegrinaggio è un’esperienza spirituale attuale: ho continuat a proporlo e lo farò ancora».
Cos’è, realmente, il cammino?
«È una visione delle cose, un modo di evangelizzare. È anche un motore di sviluppo turistico con ricadute economiche e può favorire i giovani offrendo tante opportunità di lavoro».
Lei è autore e coautore di varie guide per pellegrini per Gerusalemme, Assisi e altri percorsi. Una passione per la scrittura e per gli itinerari o c’è altro all’origine dei libri che ha scritto?
«Nella storia della Chiesa, scrivere manuali sui cammini è stata un’attività tradizionale dei pellegrini, ne hanno sempre scritti di libri di questo genere, di secolo in secolo. Si tratta soltanto, n realtà, di diari scritti con lo scopo principale di permettere agli altri di fare la stessa bellissima esperienza del cammino che i pellegrini avevano fatto».
Un cammino dopo l’altro, negli anni. Lei è anche uno sportivo, quindi?
«Assolutamente no, il cammino ha soltanto un senso spirituale per me».
Quanti chilometri ha percorso nella sua vita? Li ha mai contati?
«Non mi interessa proprio. È molto più importante la qualità del cammino fatto, rispetto alla quantità dei chilometri percorsi. Per dare un’idea, mi piace sottolineare che l’incontro di Papa Francesco con i giovani, l’anno scorso, è stato preceduto da un pellegrinaggio dei ragazzi, prima di recarsi a Roma. Proprio per l’esperienza che il cammino rappresenta per chi lo fa».
Anche lei proporrà ai giovani della diocesi di Lucca di camminare, di essere come dei pellegrini?
«Mi propongo di offrire loro questa possibilità, con le forze che avrò. Certo che lo farò».
Domenica, sul cammino da Capannori a Lucca si racconta che si sia fatto dei selfie. Corrisponde a verità?
«Mi sono fatto due selfie da quando sono partito per Lucca: il primo quando sono entrato nel territorio provinciale di Lucca e il secondo domenica, quando ho varcato il confine comunale di Lucca. Di solito non mi faccio selfie, ma questi due momenti li volevo ricordare. Penso che le cose si debba viverle, non fotografarle. E penso che la gente invece faccia troppe fotografie con i telefonini e si fermi alle immagini, senza vivere le cose. Il Signore dice “in alto i vostri cuori”, non dice mica dice “in alto i telefonini”» (sorride).
Camminare, migrare. Le migrazioni sono un tema forte e difficile del nostro tempo. Qual è la sua visione?
«Il mondo si sta muovendo. Ci sono fenomeni sociali e ambientali di cui bisogna avere la percezione giusta e chiara. Dobbiamo gestire questa cosa con intelligenza. Ma questa visione manca, purtroppo. L’Italia e l’Europa devono esercitare la loro funzione con intelligenza. Ci eravamo illusi che la povertà rimanesse confinata di là dal mare, invece è arrivata da noi».
Ultima domanda, andiamo fuori tema. Come preferirà essere chiamato qui a Lucca? Vescovo? Monsignore?
«A Perugia mi chiamavano “don Paolo” e non mi dispiaceva. Il titolo con cui si chiamano le persone è relativo. A volte c’è più rispetto a dare del tu che a chiamare “eccellenza. Non c’è alcun problema: le persone potranno chiamarmi come preferiscono. La sostanza è il rapporto con loro». —
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