Il presidio
Ilide Carmignani, la voce italiana di Garcia Marquez che ama le piante
È una delle maggiori traduttrici degli scrittori latiniamericani Una passione enorme per i libri nata da bambina
flavia piccinni
«Sono nata e cresciuta a Lucca, in campagna. Ho frequentato il liceo classico Machiavelli; ricordo in particolare Lea Stefanelli, che mi ha insegnato, per così dire, a leggere e a scrivere. Poi, all’Università di Pisa, ho studiato Lettere indirizzo europeo, cioè spagnolo e tedesco. Una scelta buffa a ripensarci, visto che la famiglia di mia madre è italo-americana e che San Francisco nei discorsi familiari suonava come dietro casa. Comunque, dopo un periodo a Madrid e la laurea mi sono specializzata in letteratura spagnola e ispanoamericana e traduzione negli Stati Uniti, alla Brown, università Ivy League fra Boston e New York, e ancora dopo, quando ormai da anni traducevo Sepúlveda e altri scrittori, ho seguito un perfezionamento in traduzione letteraria all’Università di Siena».
Si presenta in modo domestico e modesto – secondo quell’antica tradizione dei modi lucchese – Ilide Carmignani, classe 1960, traduttrice che ha dato forma alle parole di Roberto Bolaño e Luis Sepúlveda, lavorando con case editrici come Adelphi e Guanda. Vincitrice di numerosi premi per il suo lavoro - come il premio della traduzione letteraria dell'Istituto Cervantes in Italia nel 2000, il Premio Nazionale per la Traduzione nel 2013, nonché il premio "Vittorio Bodini" nel 2018 - ha curato per Mondadori la nuova traduzione di uno dei libri più amati di tutti i tempi (almeno per chi scrive): Cent’anni di Solitudine, di Gabriel García Márquez. Le domando, allora, quando ha cominciato ad amare i libri: «Ero molto piccola. Ricordo bene come tormentavo i miei perché mi leggessero qualcosa e quanto desideravo andare in prima elementare per imparare a leggere da sola. A scuola facevo la bibliotecaria per prendere un libro appena entrata e leggerlo di nascosto sotto il banco, e poi prenderne un altro in prestito all'uscita per il pomeriggio». Anche i ricordi d’infanzia sono legati a carta e parole: «Rammento un'estate della quarta elementare, subito dopo pranzo, un caldo atroce, nessuno in giro e nulla da leggere. Imploro mia madre di darmi un libro, lei non ha nulla per ragazzi, insisto e insisto e alla fine cede: Graham Greene, Il nostro agente all'Avana. Esulto, mi metto comoda, comincio a leggere, ma trovo subito una parola strana che non conosco e non faccio in tempo a chiedere che cosa significa natiche che il libro mi viene strappato dalle mani. Ma ero anche un maschiaccio, mi arrampicavo sugli alberi e costruivo fionde».
Parliamo allora dei progetti, lei mi spiega che vorrebbe «viaggiare un po' di più per l'America latina. Mi piacerebbe vedere i posti dove sono ambientati i romanzi su cui ho lavorato. Adesso sto traducendo un inedito di Roberto Bolaño e sono in attesa del nuovo romanzo di Sepúlveda». È bella l’idea di chi aspetta le parole degli altri per dare loro vita in un’altra lingua. Le domando che cosa cerchi in un libro, lei che lo guarda con occhi di professione: «Quello che cercano tutti, credo, il piacere di vivere vite che non sono la mia. Come stanca essere sempre se stessi, scriveva Cortázar». Mentre – mi spiega - «tradurre vuol dire prima leggere e poi scrivere, le due cose che più mi piacciono. E poi tradurre è anche il mio lavoro, il modo in cui mi guadagno da vivere».
Alla fine, però, ci concentriamo su Lucca, la città di nascita e dove tutt’ora risiede: «Lucca ha un tale patrimonio artistico-culturale che non può non ispirare. Mi piace la città in sé, quel suo essere un villaggio nonostante i marmi, come diceva Tobino. Mi piace quando la sera di Santa Croce, a San Frediano, accanto alle parrocchie della Garfagnana si radunano tutti i lucchesi nel mondo. Lucca è sempre stata così fin dai mercanti di seta del Cinquecento: in piede qua e un piede all'altro capo della terra. Mi piace anche la dimensione dei lucchesi che si costruiscono percorsi professionali importanti nelle grandi città, ma poi tornano sempre nel loro paesino, come per esempio Alba Donati. E la dimensione dei lucchesi non lucchesi - editori, scrittori, artisti, spesso espatriati - che hanno preso casa da noi».
E anche lei, che spesso è fuori per conferenze e incontri («il lavoro – commenta - mi porta sempre altrove e forse mi sfugge qualcosa ma non percepisco grandi novità»), mi dice che forse l’offerta culturale cittadina potrebbe migliorare con «manifestazioni pensate su misura per Lucca, per la sua dimensione, le sue tradizioni, le sue necessità, con un piede nel mondo». Le chiedo se, per caso, qualcosa non lo rimproveri alla città. E lei, stupendomi non poco, non si tira indietro: «Di aver perso il suo garbo, che era segno di una grande civiltà. Il paesaggio per esempio, che non è solo un’eredità artistico-culturale insostituibile ma anche una risorsa economica lo vedo sempre più maltrattato. In questi giorni stanno inspiegabilmente capitozzando tutto il viale di tigli che va da Lucca a Camaiore. Così gli alberi pian piano moriranno e scomparirà un pezzo importante di paesaggio, voluto a suo tempo dal Nottolini. Mi piange il cuore». —
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