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La donna angelo che regala putti ai malati in ricordo del figlioletto morto a sette mesi
Tania Calogero, 52 anni, una vita spezzata e la voglia di ricominciare. Il racconto della sua storia
LUCCA. Ci sono donne che sanno rialzarsi anche di fronte ai dolori più grandi. Tania Calogero, 52 anni, è una di queste: la sua è una storia travagliata che comincia in Sicilia nel 1966 e si conclude a Lucca, dove da oltre un decennio per il giorno di Natale si veste da angelo e distribuisce piccoli putti di ceramica ai ricoverati del San Luca. Un gesto carico di significati che porta indietro nel tempo.
Tania (vero nome Gaetana, ma non lo usa perché non le piace), nasce in provincia di Catania: ad appena due anni si trasferisce con la madre, separata, a Milano. Cresce nella città meneghina dove giovanissima conosce un uomo, di professione poliziotto, che diventa suo marito. Si sposano e hanno due figli, ma il loro non è un matrimonio felice: il rapporto non funziona e dopo una burrascosa vicenda giudiziaria si separano.
Tania si trasferisce a Piacenza con i bambini di 10 e 5 anni: è ancora giovane e ha voglia di rifarsi una vita ma non ha soldi e all’inizio si mantiene solo grazie all’aiuto della Caritas. Incontra un nuovo compagno, se ne innamora e rimane incinta. Nasce Gabriele, uno splendido bambino che viene battezzato la notte del 25 dicembre 1997. Dopo il trauma del primo travagliato matrimonio la sua esistenza sembra indirizzarsi su un percorso felice ma il destino ha in serbo un’altra svolta inattesa. Che arriva il 28 maggio 1998 alla cosiddetta “curva della morte”: «Viaggiavo in auto con mio figlio Gabriele e mio cognato Alessandro Orefice, 45 anni – ricorda – Percorrevamo la provinciale che da San Rocco al Porto, in provincia di Piacenza, conduce all’autostrada per Milano. Ero seduta dietro e tenevo in braccio il piccolo Gabriele. Arrivati a quella che i piacentini chiamano la “curva della morte”, un tir proveniente dalla direzione opposta sbanda e ci viene addosso». L’impatto è terribile: l'auto finisce sotto il rimorchio. Il piccolo Gabriele muore sul colpo ad appena 7 mesi, così come il cognato. Tania si salva ma a caro prezzo: si frattura il bacino, il femore la caviglia, le costole e la colonna vertebrale, dove le vengono impiantante sei viti. In più ha ferite agli organi interni. Secondo i medici non riuscirà più a camminare: «Un incubo – racconta –: provato dal dolore per la perdita del nostro bambino e sfiduciato dalla prospettiva di vivere con una donna paraplegica, il mio compagno mi ha lasciato mentre ero ricoverata in ospedale».
La morte del figlio, la prospettiva di rimanere inferma, il compagno che se ne va e i due figli di 5 e 10 anni che finiscono in un istituto per un periodo.
La vita e il fisico di Tania sono a pezzi. Difficile ripartire dopo colpi del genere. Nonostante tutto la voglia di vivere non le fa difetto e poco a poco trova la forza di rialzarsi. Non solo in senso metaforico: dopo sette operazioni, un anno di ospedale e diversi mesi di riabilitazione si rimette in piedi. Ha un’invalidità del 67% ma riesce a camminare. E così decide di ripartire: «Nel 2007 ho preso i miei due figli, di 20 e 15 anni, e ho lasciato Piacenza – Clima troppo umido per i miei reumatismi. Cercavo un posto di mare e puntai Viareggio ma le case costavano troppo. Così ho ripiegato su Lucca, dove ho trovato una casa in affitto a poco a San Vito. Da lì ho iniziato a cercare lavoro ma non è stato facile. Per diversi mesi ho dovuto arrangiarmi».
«A un certo punto ho persino pensato di farla finita – raccontava in un’intervista appello rilasciata al Tirreno nel 2007 – Sono una donna separata e dolorante, ma voglio lavorare; è un mio diritto e dopo 9 anni di attesa vorrei un lavoro, per sentirmi viva ed andare avanti nella mia vita». Tania ha una volontà d’acciaio e finalmente nel 2009 vince un concorso riservato ai disabili all’Asl, dove lavora tutt’ora come addetta al punto informazioni del Campo di Marte. «Ora vivo con il figlio “piccolo” (26 anni, ndr) – racconta – mentre il più grande fa il poliziotto a Genova. Il dono degli angeli? Lo faccio dal 2000 in ricordo di Gabriele, battezzato la notte di Natale. Quando ero in ospedale lo immaginavo come un angelo che mi aiutava ad alzarmi. Del resto porta il nome dell’Arcangelo. Le statuine le compro io, con l’aiuto di qualche donazione. Le regalo ai malati sperando che possano trasmettere loro la stessa forza. È un modo per dire grazie visto che sono miracolata». Ecco: dopo tutto quello che ha passato, Tania ha ancora la voglia dire grazie. Una bella lezione, una lezione da angelo. —
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