Il Tirreno

Lucca

Alla Nora Spirale tutti a casa e senza nemmeno la cassa integrazione

Luca Meconi e Luigi Spinosi
Alla Nora Spirale tutti a casa e senza nemmeno la cassa integrazione

Ieri l’annuncio dell’azienda alla Regione Toscana mentre il Ministero si dichiara «non competente» sul caso  

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Niente più lavoro, ma nemmeno niente cassa integrazione per i 42 lavoratori della Nora Spirale. È il “regalo di Natale” della proprietà per loro e le rispettive famiglie.

Due ore e un minuto: tanto ha separato, ieri mattina, la speranza e l’amarezza più nera, sotto forma di due comunicati stampa arrivati da Firenze. Il primo, alle 10,40, nel quale si comunicava che «la Regione ha contattato oggi Confindustria per sollecitare una risposta dell’azienda Spirale di Monsagrati sulla richiesta avanzata formalmente nei giorni scorsi dal consigliere per il lavoro Gianfranco Simoncini, anche su sollecitazione del presidente della commissione trasporti in consiglio regionale Stefano Baccelli, di concedere la cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività».

Sono le 12,41 quando, dopo che la risposta è arrivata in Regione, la stessa viene annunciata agli organi di informazione. Una risposta che viene battezzata con un termine che rende benissimo l’idea: una risposta “disumana”. «La risposta – si legge nella nota della Regione Toscana è arrivata, ed è negativa. Ne dà notizia Baccelli: sollecitazioni su sollecitazioni, attese inspiegabili, lungaggini e giri di parole, e poi, oggi, una risposta inaccettabile e disumana che non viene incontro neanche a quell’aspetto che ritenevamo almeno il minimo accettabile per l’impresa. La nostra priorità è sempre stata arrivare al ritiro dei licenziamenti. Solo in seconda istanza a tutti i livelli istituzionali abbiamo fatto presente l’esigenza di attivare la Cassa straordinaria, indispensabile per la Regione per mettere in campo politiche attive per il lavoro, nonché per favorire un eventuale interessamento di nuovi soggetti e ipotizzare per il futuro una nuova reindustrializzazione. Progetti che con questa scelta andranno in fumo. E non possiamo permetterlo, perché ne va del futuro dei dipendenti di questa azienda e delle loro famiglie, vittime di scelte manageriali illogiche, controproducenti e contrarie alla dignità del lavoro. Altrettanto incredibile e ingiustificabile è la decisione del Mise (il ministero dello Sviluppo Economico ndr), di non aver attivato un tavolo istituzionale sulla questione, nonostante le sollecitazioni arrivate anche in questo senso da tutti i livelli. Continueremo comunque a fare pressione perché anche a livello nazionale si smuova un interessamento che riteniamo doveroso su una vicenda che sta assumendo contorni sempre più drammatici. È inaccettabile che un intero territorio e questi lavoratori siano messi in ginocchio da un’operazione di delocalizzazione mascherata da crisi aziendale».

Sì, perché a far perdere il lavoro ai 42 dipendenti (38 a tempo indeterminato, 4 con contratto in scadenza), non è stata una crisi aziendale ma, cosa che appare davvero paradossale, un finanziamento per... creare occupazione. Questo perché la proprietà ha ricevuto un finanziamento, nell’ambito del progetto “Trentino Sviluppo”, per potenziare lo stabilimento di Cinte Tesino (in Trentino) creando nuovi posti di lavoro (35 per l’esattezza). Parallelamente però ha deciso di chiudere lo stabilimento di Monsagrati. In sintesi: l’azienda ha preso contributi per creare occupazione riuscendo a ridurre la propria pianta organica di sette unità.

Da qui la rabbia dei protagonisti e di chi ha seguito la vicenda da vicino, a partire dal sindaco di Pescaglia Andrea Bonfanti, infuriato, per usare un eufemismo, contro i vertici dell’azienda, ma anche nei confronti del ministero dello Sviluppo Economico (giusto martedì sera si era dichiarato «non competente» sulla vicenda) per l’atteggiamento di disinteresse: «Da una parte l’azienda ha annunciato di non voler far ricorso alla cassa integrazione, per chiudere subito la pratica, e questo dopo aver succhiato dal territorio forza lavoro e anche sapere, quel sapere che aveva caratterizzato la ex Rontani. E dopo questo non ha nemmeno la decenza di accedere agli ammortizzatori sociali. Dall’altra c’è un ministero che tiene una posizione assolutamente incomprensibile, che risponde dicendo che non ci sono presupposti per un suo intervento. E sì che di aspetti di incongruenza ne abbiamo evidenziati parecchi, ma lo stesso il ministero guidato da Di Maio ha ritenuto che non ci fossero i presupposti per discuterne, per il Mise va tutto bene così. Va bene che si riducano i posti di lavoro dopo che vengono dati i soldi per aumentarli. Non so se sono più deluso o più arrabbiato. Adesso 42 lavoratori si ritrovano senza lavoro, senza che venga loro data l’opportunità di respirare in attesa di trovare un nuovo lavoro e a noi di cercare qualche imprenditore intenzionato a rilevare l’impresa. E questo è un colpo duro, oltre che per le 42 famiglie, anche per tutto l’indotto della zona». —
 

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