Il Tirreno

Lucca

Le “Chiavi d’oro” e il fascino del grande albero d’arancio

Via delle chiavi d'oro e il grande arancio
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Via delle chiavi d'oro e il grande arancio

Una strada piccola, fra via Sant’Andrea e via Mordini, con la torre Guinigi di sfondo Un’isola nel centro storico: il nome è legato a una chiesa e ai santi Gregorio e Pietro

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Non c’è momento dell’anno migliore di questo per passare da via delle Chiavi d’oro.

È a dicembre, con il freddo, che vicino all’incrocio con via nuova dà il meglio di sé il grande arancio carico di frutti che fa arrivare i suoi rami ben oltre il muro di cinta di un giardino privato. Di questo riparleremo.

Ma l’oro al quale si fa riferimento nel nome della strada non si riferisce al colore degli agrumi. Piuttosto ha una storia – come accade spesso a Lucca – legata ai santi e a una chiesa. In particolare la chiesa dell’VIII secolo che era dedicata a San Gregorio (da cui il nome della strada omonima) e, soprattutto, a San Pietro apostolo.

Quest’ultimo, infatti, è spesso raffigurato con in mano la chiave d’oro con la quale può aprire le porte del paradiso, oltre che con quella d’argento che conduce invece agli inferi. La chiesa, oggi, non esiste più. Secondo alcune versioni sembra che a inizio Ottocento venne smantellata per utilizzare le sue pietre per la realizzazione dell’allora nuova porta Elisa.

Rimase comunque la locuzione “chiavi d’oro” che diede il nome alla strada, da via Sant’Andrea a via Mordini, e anche al centro di aggregazione che qui si trova. La storia di via delle Chiavi d’oro, per inciso, è molto più antica: qui correva infatti uno dei pochi cardini minori dell’impianto romano che si è riusciti a individuare con esattezza grazie a un resto di basolato rinvenuto vicino all’incrocio con via Sant’Andrea, all’altezza della Torre Guinigi.

E l’arancio? Quello ha una storia ovviamente più moderna ma non meno interessante.

I suoi dodici metri di altezza abbondanti e l’ampiezza delle fronde segnalano che la pianta ha almeno cinquant’anni. Come sia nata e quando, con esattezza, nessuno lo ricorda.

Intorno ha un giardino privato che viene usato come parcheggio per persone che abitano e lavorano nella zona. Fra queste anche Ernesto Bianchi e Luciano Lazzareschi, dell’omonimo barbiere che si trova a due passi, in via Nuova. E sono proprio loro a prendersene cura, anno dopo anno.

Una pianta resistente, quella di via delle chiavi d’oro. Che è riuscita a nascere e a prosperare in pieno centro storico, un habitat certo non particolarmente favorevoli. E che ha passato indenne anche le intemperie.

La più grave fu la grande nevicata del 1985.

Quell’inverno l’albero seccò completamente e in tanti credevano che non ci fossero più speranze. Invece, nei mesi successivi, rimise le foglie e con l’arrivare del freddo diede i consueti splendidi aranci rosa. Gli stessi aranci che, oramai è tradizione, vengono raccolti proprio in questo periodo dai due barbieri che poi li regalano ad amici e vicini.

Il grande arancio, poi, è diventato anche una piccola attrazione turistica visto che molte persone che si trovano nella zona dirette alla Torre Guinigi si fermano a fargli una foto.

E c’è chi studia l’inquadratura in modo da inserire nello scatto sia l’arancio sia, in lontananza, le piante sulla sommità della Torre.

Due protagonisti di epoche diverse ma entrambi con il loro fascino da vendere. —





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