Il Tirreno

Lucca

L’alta moda dal gusto internazionale che nasce a due passi dalle Mura

flavia piccinni
L’alta moda dal gusto internazionale che nasce a due passi dalle Mura

Alessandra Marchi ha creato un nido di bellezza in un vecchio oleificio di via Nottolini dove crea i suoi modelli Può vantare una clientela di donne da tutto il mondo ed ha un rapporto speciale con la cantante Irene Grandi

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il personaggio

flavia piccinni

In un vecchio oleificio, in via Lorenzo Nottolini, c’è un’alcova di bellezza. A crearla Alessandra Marchi, una donna dai grandi occhi scuri, senza trucco, le dita piene di anelli, vestita di nero, un cappotto splendido di velluto e quella voce che sa di lucchese e di altrove.

Marchi è una stilista poco nota in città, e molto di più all’estero. Ma tutto parte da qui, da una casa a pochi passi dalle Mura: «Quando ero bambina – mi racconta - mi ha sempre affascinato seguire mia madre nelle sue scelte di capi d’abbigliamento e di accessori. Mi sono poi avvicinata al mondo della moda quasi per caso: mentre stavo completando i miei studi universitari mi sono iscritta ad un corso per stilista, ed ho subito trovato lavoro in uno studio a Firenze. Dopo un rodaggio con una piccola collezione distribuita in pochi negozi italiani, Rose e Sassi, ho iniziato dal 2007 a presentare la collezione col mio nome a Milano e Parigi, che ora è distribuita in importanti boutiques in tutto il mondo».

Si va da Tokyo a Shangai, da Los Angeles a Vienna, da Londra a Milano. Ma a Lucca nasce l’idea, e non solo. A Lucca nasce il prototipo: «Lavoro da oltre dieci anni con una modellista giapponese che vive in Italia, a Firenze. E con un’altra signora che vive a Empoli. In queste mura – mi spiega, mentre lo sguardo si appoggia su pareti affollate da centinaia di magazine di moda, da cartamodelli, scampoli di tessuto e di pelle - cresce ciò che poi viene messo su cartone, e dunque viene tagliato e portato a piccoli laboratori artigianali fra Empoli a Prato».

Ma il lavoro comincia a monte, sui materiali. La scelta avviene con collaborazioni che durano da tanti anni per i filati e per la pelle. «Intervengo ancora – prosegue Marchi - con delle richieste che possono rendere unici i miei capi, come delle stampe artigianali fatte a mano». Un ruolo non secondario, lo giocano naturalmente i laboratori piccoli, artigianali, che danno forma a ogni capo. E poi c’è la maglieria. «Noi qui facciamo tutto da soli. Quando ho iniziato l’ho fatto con una collezione di dieci capi, e un piccolo investimento di nemmeno venti milioni di lire. Intanto studiavo all’Università lingua e letteratura spagnola a Pisa. Sembra una cosa tutta diversa…».

E, invece, un legame con la letteratura si intravede adesso nel richiamo di un Ottocento barocco, ora in una linea dritta, integerrima, giapponese. Una linea – questa di Alessandra Marchi – assolutamente italiana per l’artigianalità, meno per le linee che echeggiano di internazionalità con grandi misure e sostegni oversize. Forme e volumi non usuali. «La mia – prosegue Marchi, foulard verde messo a fare da turbante - è una proposta molto decisa. Suggerisco costruzioni molto sofisticate, materiali elaborati vengono ricostruiti in forme asimmetriche, con un’attenzione spasmodica alla parte modellistica e alla vestibilità. Quel che è importante per me è la qualità, il dettaglio inimitabile e il valore intrinseco di ogni capo, che possa far sentire bella e unica la donna che lo sceglie».

Stilista d’elezione per Irene Grandi, con cui è legata fin da un Sanremo di molti anni fa, Marchi vanta una clientela internazionale. Ma come immagina la sua donna? «La donna a cui mi rivolgo è lontana dal glamour patinato e si muove seguendo la propria sensibilità; scegliendo esige una cura di cui il vestire è parte integrante. Ricerca l'innovazione e il piacere che passa attraverso materiali e finiture preziose. È una donna che non ha età. Una donna che non ha il fisico della fotomodella. Una donna che sa cosa gli piace, che tocca un capo per capirne gli interni: i miei capi li puoi usare anche al rovescio, perché sono preziosi. Una donna forse più metropolitana: curiosa, che non si ferma alla prima cosa che trova, che si vuol sentire femminile, che vuol vedersi bella nel vestiario che sceglie». Anche per questo negli anni Marchi è rimasta fedele a se stessa («ho resistito alle proposte dell’industria, troppi paletti»), costruendosi una brillante nicchia che apprezza i suoi capi in tiratura limitatissima.

E non le dispiace essere rimasta qui? «Si tratta di una scelta. Lucca è bellissima. Il posto dove sono nata, e dove non pensavo che sarei tornata. Ho girato molto nella mia vita, ma questo era il luogo sempre più comodo. Il distretto di Prato è a due passi, fatto di realtà piccole con cui puoi interagire, con una cultura incredibile che sopravvive a fatica ».

Mi racconta di aver fatto per oltre dieci anni sfilate nel nostro territorio in posti inconsueti, dall’aeroporto di Tassignano a una segheria di marmo a Pietrasanta, a Viareggio in una fabbrica di infissi e di alluminio attiva, perfino in una pioppeta lungo il fiume. «A villa Bottini, ma anche in un discount abbandonato alla periferia di Lucca. Poi ho smesso perché ho cominciato a fare le fiere, ad andare a Milano e a Parigi, e non avevo più il tempo per organizzarle. C’erano quattro, cinquecento persone ogni volta». Di lucchesi, però, qui ne passano poche. «Alcune che vivono una vita cittadina e venendo da me si sono trasformate: hanno abbandonato lo stile classico, e adesso ricercano il design. Lo stile, quando trova un suo modo di essere, diviene classico e non passa di moda. I miei capi sono fuori dai diktat della moda ufficiale, da quella dei brand. Le influenze del mondo le senti, anche se chiudi occhi e bocca. Anche se provi a non seguirle. Ti viene naturale scegliere dei materiali, dei colori, piuttosto di altri, ma le idee restano». Nella moda di Marchi predominano i colori scuri. Un tocco di colore però non manca a ogni stagione. «L’anno scorso c’era il giallo elettrico, che arrivava al verde. Quest’anno c’è un vinaccia, che è prugna per poi divenire ruggine e cipria. E il grigio, e il cammello, e il bianco». Prima di salutarci, Marchi mi guida in una stanza costellata dal passato: «Cerco di tenere almeno un capo di ogni collezione». Le domando allora se ha mai pensato di esporla, questa idea di moda sospesa e dunque eterna. Lei scuote le spalle. A dimostrazione che passano i secoli, ma nemo profeta in patria. —

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