Il Tirreno

Lucca

25 novembre 

«In lontananza vidi le ambulanze, gli agenti e un corpo: era Vania»

Barbara Antoni

Il racconto di Michela Aldi Amaranti, collega dell’infermiera «La mia vita è cambiata. Mi rivolgo alle donne: denunciate»

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lucca. Quel giorno maledetto, il 2 agosto 2016, Michela Aldi Amaranti, lucchese, operatrice socio sanitaria, si stava recando come sempre al suo lavoro, all’ex ospedale Campo di Marte. «Faceva un caldo infernale quella mattina. Improvvisamente mi trovai di fronte a una scena... una scena raccapricciante, che mi ha cambiato la vita per sempre».

Comincia così il suo racconto. «All’inizio - prosegue - non capivo il motivo di tutte quelle persone, di tutti quei mezzi del 118, di carabinieri e vigili del fuoco. Istintivamente, il primo pensiero fu che si trattasse di un’esercitazione. Il secondo che ci fosse stata una rissa: in quel piazzale dietro un fabbricato dell’ex ospedale, a volte stazionavano alcuni stranieri», ricostruisce Michela.

E prosegue: «Da lontano, a un certo punto vidi un gruppo di vigili che tenevano un telo bianco sollevato sopra una sagoma riversa a terra e coperta da un lunzuolo. Pensai che fosse il fantoccio dell’esercitazione. Incrociai un agente, gli chiesi informazioni: con un filo di voce mi disse che avevano appena dato fuoco a una donna. Una donna che lavora al San Luca, ha i capelli rossi».

Michela, racconta ancora, rimase senza respiro. «Sentivo dentro di me che quella donna era Vania, Vania Vannucchi, mia collega e amica. Ho provato a cercarla sul cellulare, ma non rispondeva».

Quello che è accaduto poi è noto, purtroppo. Vania non riuscì a sopravvivere alle terribili ustioni causatele dall’uomo che non accettava di perderla: morì nelle prime ore del giorno successivo».

«Vania era forte, era tosta - racconta Michela della sua amica -. E anche quando è accaduto quel fatto orribile si è difesa, come una tigre. Lei era una leonessa. Era una donna coraggiosa. Non aveva avuto paura, neanche delle persecuzioni di cui lui la rendeva oggetto. Forse negli ultimi giorni aveva cominciato ad avere paura».

«Da allora nulla è più stato uguale per noi che la conoscevamo. Quella scena è per me è sempre lì, davanti agli occhi. Per questo ho pensato che non avrei potuto cercare di dimenticare. Porto con me il ricordo bellissimo di Vania, di com’era. E penso che tutte le donne, che come lei vivono assediate da un uomo che non accetta il loro rifiuto devono trovare la forza e il coraggio di parlare, di denunciarlo», ribadisce Michela.

«Credo - aggiunge - che tutti, le persone ma anche le istituzioni, le associazioni, debbano fare il meglio per non lasciare una donna da sola. Questa società purtroppo è sempre più malata. La donna sta diventando sempre più forte: lavora quanto un uomo e quindi ha un potenziale economico, che mette accanto ai suoi tanti valori. E deve avere riconoscimento del suo valore».

Le ultime parole del racconto di Michela sono in realtà un appello, che arriva oggi, nella giornata contro la violenza di genere: «Quando in una storia inizia lo stalking, non si tratta più di amore. Bisogna andare dalle forze dell’ordine e denunciare». —

Barbara Antoni

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