Dalla telecamera del nonno a Fellini inseguendo il richiamo del documentario
Bartolomeo Pampaloni, una laurea in filosofia a Firenze, a Parigi capì che la sua strada era nel mondo del cinema Dopo il suo lavoro sulla stazione Termini di Roma, ne ha appena terminato uno su un eremita-profeta palermitano
il personaggio
flavia piccinni
«Sono nato sulle colline di fronte alla Certosa di Firenze. A sei anni mi sono trasferito a Lucca, dove sono cresciuto». Esordisce così il regista Bartolomeo Pampaloni, 36 anni, giramondo che si è fatto notare dal pubblico nel 2014 con il documentario “Roma Termini” (menzione speciale della giuria al Festival del Cinema di Roma 2014).
Dopo la maturità classica, è tornato a Firenze per laurearsi in filosofia estetica, dunque a Parigi: «Una valigia, nessun contatto e la voglia di capire cosa fare nella vita. È stato lì che, mentre frequentavo un master di arte e filosofia, vedendo il lavoro di un videoartista ho capito che le immagini erano il linguaggio giusto per me. Così mi sono iscritto a una triennale di cinema all’università Paris 8 St. Denis e ho iniziato a realizzare i miei primi cortometraggi. Ma l’Italia mi chiamava e dopo la laurea francese, quando ho saputo di aver superato il concorso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, mi sono trasferito per i successivi quattro anni a Roma». E a Roma nasce l’idea di un documentario dedicato alla stazione della Capitale, Termini.
La passione per la telecamera, però, ha radici antiche. «Dal momento in cui per la prima volta ho preso in mano la macchina che mi aveva regalato mio nonno non ho mai smesso di fotografare. E oggi i miei film sono girati con i vecchi obiettivi che lui mi ha lasciato in eredità». Eredità di idee e di principi. Eredità di luoghi e di sguardi, che si rivelano fin dalle prime ossessioni («passavo giornate con la telecamera in mano, la passavo tra i mucchi di foglie secche, volevo farla entrare in contatto con la materia, mi interessava di più la natura che l’umanità. Mi ci è voluto molto tempo per sentirmi a mio agio a riprendere un volto») e si fanno sperimentazione a Parigi, dove Pampaloni inizia «a capire che cosa era il cinema, che cos’era la regia cinematografica e quali erano le sue potenzialità espressive».
Mi racconta del suo modo di lavorare («è soprattutto l’intuito a guidarmi. Non faccio ricerche, mi butto nelle situazioni»), del suo pensiero («considero il cinema del reale una forma di espressione artistica, più che la fedele documentazione di persone o event»i) e la base di ciò che fa: «L’empatia per un’umanità sofferente, i deboli, i perdenti, i cosiddetti folli, i miti, gli esclusi dalla roboante corsa per l’affermazione di sé. È solo da qui per me, da queste ferite sulla carne viva dell’umano, che può scaturire una grazia silenziosa, nascosta dietro le pieghe della quotidiana indifferenza». Ma anche, e soprattutto, il piacere per l’ascolto: «Come diceva Fellini per fare un film ci vuole fedeltà assoluta a quello che vuoi fare, ma anche una lucida disponibilità interiore, che permetta di accettare quello che viene via via manifestandosi. Perché “gli imprevisti non solo fanno parte del viaggio, ma sono il viaggio stesso”».
Ogni film lascia un ricordo, come l’ultimo lavoro, che uscirà il prossimo anno, dal titolo emblematico: Lassù. «Sei mesi fa ho finito le riprese. Per girare ho abitato per circa un anno a Palermo. Ogni settimana sono salito e sceso a piedi per stare assieme al protagonista, un singolare eremita/profeta, che da vent’anni vive in un vecchio osservatorio abbandonato in cima a un promontorio a picco sul mare. Avrò fatto quella strada almeno un centinaio di volte, con e senza telecamera, con la mia tenda, il cibo per due-tre giorni e tutto il materiale tecnico. È stata un’impresa che mi ha richiesto una dedizione ed una disciplina superiore a qualsiasi altra cosa che abbia fatto in vita mia. Ricordo chiaramente il momento in cui ho deciso di girare l’ultima inquadratura. Ero appena sceso alle falde del monte e stava facendo buio: ho girato la telecamera verso l’alto e ho ripreso la collina di fronte a quella dell’eremita, dove, coperti dalla semioscurità, si stagliavano gli scheletri di decine e decine di abusi edilizi mai sanati, che mi guardavano come corvi appollaiati sulle fronde di un albero. Ho premuto stop e non ci credevo: le riprese erano finite. Più di un anno di lavoro finalmente si compiva».
Ma Lassù è solo una porzione del viaggio – raccontato anche su bartolomeopampaloni.com – che adesso continua nella campagna del Chianti, dove Pampaloni vive, pensa al suo nuovo film («vorrei che fosse di finzione») e lavora con «dei musicisti lucchesi per uno spettacolo audiovisivo».
In questo c’è ancora spazio per Lucca, città di «provincialità e conformismo», ma anche «di riservatezza altera, di grazia sospesa fuori dal tempo, con un piede sempre fuori dal presente». Nonché «set perfetto per un noir misterioso e oscuro», ma anche un «film in costume». Lucca che «negli ultimi anni ha fatto moltissimo per aprirsi all’esterno, per non rimanere atrofizzata all’interno delle sue imponenti mura. Eppure…». Eppure? «Lasciatemi gettare un sasso. Grandi eventi e appuntamenti di grande risonanza mediatica, spesso sproporzionati alle dimensioni e alle richieste culturali della popolazione locale, sono diventati l’asso pigliatutto della programmazione culturale cittadina. I grandi eventi sono importanti, ma non sono tutto e non possono restare completamente svincolati da un piano strutturato di formazione e di programmazione culturale, perché l’evento e l’intrattenimento fine a se stesso sono vittime della loro natura effimera, sia economica che culturale».
Pampaloni si ferma. Ragiona. «Questo è un problema nazionale: l’istituzione pubblica, pur incentivando l’iniziativa privata, non può delegare tutto l’onere della formazione culturale. Così facendo si tende a generare profitto solo per una ristretta classe di cittadini e non si entra mai in quella dimensione di economia circolare che dovrebbe essere la base di una lungimirante progettazione politico-economico-culturale di un territorio». —
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