Il Tirreno

Lucca

Femminicidio, fissato l’Appello

di Luca Tronchetti
Femminicidio, fissato l’Appello

Mercoledì 25 luglio al via il secondo grado del processo penale all’assassino di Vania Vannucchi

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LUCCA. Un anno dopo la sentenza di primo grado con la condanna a 30 anni di reclusione del carnefice di Vania Vannucchi, 46 anni, operatrice sanitaria, cosparsa di benzina e arsa viva dall’ex spasimante che non si arrendeva all’idea di averla perduta, viene fissato il processo in Corte d’Assise d’Appello a Firenze. La prima udienza è fissata per mercoledì 25 luglio con Pasquale Russo, 46 anni, il femminicida recluso nella casa circondariale di Prato «La Dogaia», che macchiatosi di un delitto atroce a quasi due anni di distanza non ha mai dato segnali di pentimento.

IL CALCOLO MATEMATICO

A salvare Pasquale Russo dall’ergastolo fu la scelta del rito abbreviato di fronte al gup Antonia Aracri. Perché le aggravanti della premeditazione e della crudeltà erano insite nel femminicidio come ribadito in aula durante il processo dal pubblico ministero Piero Alessandro Capizzoto. Le accuse di omicidio volontario, stalking e furto in abitazione vennero tutte confermate dal giudice che in virtù dello sconto di un terzo della pena, dovuta alla scelta del rito, trasformò l’ergastolo in 30 anni di reclusione. Unica visione differente la pena di partenza. Il pm aveva chiesto l’ergastolo con isolamento diurno che con l’abbreviato avrebbe portato all’ergastolo semplice mentre il giudice era partito dall’ergastolo semplice per un mero conteggio matematico in relazione ai reati di atti persecutori e furto in abitazione aggravato calcolando, contrariamente all’accusa, per entrambi una pena inferiore ai 5 anni di reclusione.

LA PALLA ALLA DIFESA

Il ricorso avverso alla sentenza di condanna è stato presentato dai legali di Russo - avvocati Paolo Mei e Gianfelice Cesaretti (hanno chiesto di essere ammessi al gratuito patrocinio per il loro assistito) - e si basa essenzialmente su due punti: insussistenza delle aggravanti dello stalking e della premeditazione. Secondo i due legali, tecnicamente il reato di atti persecutori presuppone che la vittima subisca «uno stress psicologico» dal molestatore. In sostanza abbia paura dello stalker al punto tale da cambiare le abitudini di vita. Per l’accusa ciò si configura quando la vittima cambia numero di cellulare. Per la difesa quell’elemento non è costitutivo di una modifica dello stile di vita. Un altro punto discordante è la premeditazione. Per i due difensori di Russo non ci fu lasso temporale sufficiente dal momento in cui l’ex spasimante decise di uccidere Vania al momento in cui mette in atto il suo piano. Quel momento scaturisce poco più di mezz’ora prima il delitto quando l’ex socio della coop che lavorava per l’Asl si avvicinò ad una pompa di benzina per riempire la tanica. Per l’accusa invece Russo pianificò tutto nell’arco temporale che va dalle 8,21 del mattino, dopo il furto del cellulare a casa di Vania, sino alle 12.06 il momento in cui riempiendo la tanica di liquido infiammabile mette in atto la sua azione omicida. I due legali poi puntano forte sulla necessità - anche sulla base degli atti processuali - della nomina di uno psichiatra che stabilisca se, al momento di commettere l’atroce crimine, Russo era parzialmente capace di intendere e di volere e quindi semi infermo di mente. L’obiettivo è quello di una riduzione della condanna di primo grado.

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