Il presidio
Caso rene, il processo: «In sala operatoria era tutto okay»
Infermieri e radiologi ascoltati in aula di fronte al giudice Billet
LUCCA. Lui, il protagonista suo malgrado del caso di malasanità più eclatante degli ultimi vent’anni in Lucchesia, resta fuori dalla porta dell’aula in cui si tiene la prima udienza del processo. Guido Dal Porto, 57 anni, ex imprenditore di San Ginese, morde il freno. Avrebbe voglia di entrare nell’aula del dibattimento e spiegare al giudice la sua odissea e i suoi tormenti. Ma non può farlo. Come gli spiega il suo avvocato Veronica Nelli, lui è parte civile, ma soprattutto testimone dell’accusa e quindi deve stare fuori. «Sono due anni che mi trovo in queste condizioni e ad oggi l’Asl mi ha concesso soltanto 100mila euro» sbotta nel corridoio del palazzo Galli Tassi. Verrà anche il suo momento: nella prossima udienza fissata per il 12 luglio quando verrà sentito dal giudice Stefano Billet alla presenza del pm Elena Leone e del collegio difensivo che tutela gli interessi dei tre imputati accusati di lesioni gravissime: il chirurgo Stefano Torcigliani, l’aiuto chirurgo Giuseppe Silvestri e la radiologa Claudia Gianni.
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I tre ieri mattina non si trovavano in aula. E parteciperanno al dibattimento soltanto quando saranno interrogati dal giudice e dalla pubblica accusa. Per la procura sono i responsabili dell’«evento avverso» (definizione Asl) che ha privato del rene destro (il sano) invece di quello sinistro (attaccato da tumore) il cinquantasettenne di San Ginese. Ieri mattina hanno deposto i testimoni dell’accusa: gli ufficiali di pg dei carabinieri (il maresciallo Vincenzi della squadra di pg della procura e il luogotenente Piagentini dei Nas di Livorno), quattro infermiere che si trovavano nella sala operatoria del San Luca al momento dell’intervento chirurgico su Dal Porto, un tecnico di radiologia, il dottor Andrea Cavazzana, responsabile dell’anatomia patologica dell’ospedale, i responsabili del funzionamento e della manutenzione dei due uretroscopi che si trovavano in sala operatoria e il responsabile della conservazione dei documenti digitali. In buona sostanza è emerso che i monitor e gli strumenti chirurgici erano perfettamente funzionanti e ben conservati e la lettura delle immagini nitida. Dal primo round l’accusa esce decisamente rafforzata.(l.t.)
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