Il presidio
Da Bagni a Buchenwald L’odissea di Davide Massei
Si rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica sociale e venne internato Oggi ha 96 anni e vive da solo al Piaggione: «Rischiai di essere uno scudo umano»
LUCCA. È lui, Davide Massei, 96 anni, reduce dal campo di concentramento di Buchenwald e dai campi di lavoro in cui era stato mandato, il simbolo di questi giorni di ricorrenze della Liberazione in Lucchesia. La partecipazione, il 25 aprile, alla cerimonia e al corteo a Bagni di Lucca, ha fatto tornare al centro dell’attenzione la storia di questo reduce, medaglia al valore della Resistenza, che davvero potrebbe essere la trama di un altro film di Spielberg, nel solco di “Schindler’s list”.
Massei oggi vive da solo al Piaggione, dopo la scomparsa della moglie avvenuta un anno fa. Vicino abitano però le tre figlie, Grazia, Marilù e Roberta, che si alternano nel prodigargli premura e attenzioni. Davide è nonno e anche bisnonno di quattro nipoti ed ha una sorella di 92 anni che abita a Bologna. Una famiglia grande, piena di affetto che lo ha ripagato nella sua lunga vita, dopo tanta sofferenza. Con una mente ancora lucidissima, racconta una vicenda che fa venire i brividi in chi ascolta e che è di grande insegnamento per chi troppo presto ha cancellato la memoria di quegli eventi o per chi non ne ha mai sentito parlare. Nonostante l’età, Massei non ha difficoltà a raccontare la sua storia che, con una cronologia perfetta, fa partire dalla chiamata alle armi nel 1941, nel reggimento Artiglieria da Campagna di stanza a Bologna, per arrivare al viaggio da Bari verso la Dalmazia con la divisione Emilia, nel 1943. Nel Montenegro, dopo l’8 settembre del 1943, si trovò a combattere contro l’ex alleato tedesco, che lo fece prigioniero, a 21 anni.
«Dai tedeschi fui portato a Zara insieme a tanti altri italiani – ricorda il reduce -. Lì dovevamo scegliere: o arruolarci nelle milizie repubblichine oppure essere deportati in Germania. Scelsi di non arruolarmi con i fascisti e preferii la deportazione in Germania, pur con la consapevolezza dei grandi rischi e delle sofferenze a cui sarei andato incontro». Fu caricato insieme ad altri su un carro merci con porte chiuse dall'esterno, dove rimase anche privo di cibo tutto il viaggio di tre o quattro giorni. «All'arrivo in Germania fui messo in campo di concentramento con ebrei, russi ed altre etnie. Fui spogliato di tutti i miei pochi averi. Non ci facevano dormire all'interno della baracca perché dicevano che lì c'erano malati contagiosi. Io vedevo arrivare camion carichi di cadaveri che venivano poi portati ai forni: in lontananza erano ben visibili ciminiere fumanti. Rimasi in quel campo per venti giorni, poi con tutti gli italiani fui portato in un'altra località, in un campo di lavoro».
Sostenuti appena da un minestrone di cavolo e patate e un pane nero da dividere ogni dieci persone, Massei doveva lavorare tutto il giorno in uno stabilimento per la fabbricazione dello zucchero ricavato dalle barbabietole. «Il mio compito consisteva nel mettere le destinazioni e gli indirizzi sui sacchi di iuta contenenti lo zucchero, con i timbri relativi. Lo zucchero veniva caricato sui treni e mandato in Italia. Pensai di mettere nei sacchi, a seconda delle varie destinazioni, alcuni biglietti dei miei compagni con l'indicazione del nominativo: vi era scritto che erano vivi e l'indirizzo del campo in cui eravamo prigionieri. Alcuni biglietti furono consegnati. Il mio fu portato a mia madre da uno stabilimento di Modena. Lei lo fece vedere a un tedesco e lui la rassicurò, dicendo che suo figlio era in una situazione favorevole e che non doveva preoccuparsi». Dopo sei mesi Massei fu però trasferito al lavoro in una fabbrica in cui veniva montata la bomba V1 e successivamente la V2. «La bomba - racconta l’internato - era stata concepita per colpire bersagli a grande distanza. Veniva lanciata soprattutto contro l'Inghilterra, ma gli inglesi riuscivano ad intercettarla e a farla cadere in mare».
Grazie all’impegno con cui lavorava e al suo buon carattere, Massei riuscì a creare buoni rapporti con qualche tedesco, uno dei quali, in particolare, cominciò ad aiutarlo come poteva. «Rimasi lì fino al ’45, quando cessò la produzione delle bombe. Spesso, per sfamarci, dato che il cibo che ci davano era scarsissimo, prendevamo le chiocciole e le arrostivamo al rientro nella baracca. Quando arrivai a casa pesavo 38 chili». Finiti i lavori nello stabilimento delle bombe, il gruppo di Massei fu inquadrato e incolonnato per andare verso Berlino. «Ci aspettava una brutta fine - dice il reduce - perché a Berlino, saremmo stati utilizzati come scudi umani nei bombardamenti angloamericani. Ma durante il viaggio riuscii a fuggire di notte, nella campagna, insieme con altri tre amici. Dopo alcuni giorni vedemmo in lontananza una colonna militare di jeep e carri: pensammo che fosse finita perché ritenemmo che fossero tedeschi. Erano invece americani. Mentre ci chiedevano informazioni sbucarono i tedeschi armati di tutto punto e cominciarono a sparare. Durante la lunga e cruenta battaglia, vinta dagli americani, io e i miei compagni rimanemmo nascosti in un canale: tenevamo solo la testa fuori dall'acqua per respirare e restammo lì fino alla fine del combattimento». Lasciata la colonna degli alleati, Massei e gli altri fuggitivi rubarono una macchina e si diressero verso il Brennero, rifornendosi con la benzina succhiata da auto lasciate incustodite. Nei pressi del valico una associazione cattolica dette una mano al gruppo, che riuscì a salire su un treno diretto in Italia. «Fu un viaggio avventuroso, come clandestini, ma riuscimmo ad arrivare a Bologna - prosegue Massei -. Lì venivano fermati e messi in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Germania. Vidi per caso un vagone che aveva indicato come destinazione Fornaci di Barga e riuscii a salire. Arrivato a Lucca dovevo prendere un pullman per arrivare al Piaggione, perché la ferrovia era inutilizzabile. Mi recai in piazza san Frediano, punto di partenza dei pullman per la Garfagnana, ma non mi facevano salire perché ero sprovvisto di biglietto e senza soldi. Solo grazie all'intervento di un componente del centro di raccolta reduci, che aveva la sede dietro la chiesa di San Frediano, riuscii a convincere l'autista a farmi salire». Un’ora dopo Massei poteva riabbracciare i familiari che a lungo avevano disperato di poterlo rivedere vivo.
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