Il Tirreno

Lucca

«Vi racconto la mia vita tra migliaia di libri»

di FLAVIA PICCINNI
«Vi racconto la mia vita tra migliaia di libri»

Tra passato, presente e futuro: De Vita parla del ruolo della “Cesare Viviani” per la città

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«Sono nato a Lucca, in piazza San Matteo, in una palazzina in mattoni rossi, visibili solo dalle arcate sopra il portone d’ingresso, in pieno centro storico. Non lontano dalla piccola piazza, in via Galli Tassi, c’era la mia scuola elementare: l’istituto Giorgetti».

Si presenta così Martino de Vita, a dimostrazione che le radici sono una cosa seria. Serissima. E le radici te le porti dietro fra un libro di ricordi (in questo caso il romanzo autobiografico “Una coscienza inesistente”), e il tuo passato: «Leggevo Cuore e Pinocchio, ma sognavo Diabolik e Tex Willer. Un giorno fui colpito da una copertina esposta in una libreria: rappresentava una nave pirata. Sull’albero di trinchetto sventolava una bandiera nera. I pirati della Malesia di Emilio Salgari fu uno dei primi libri che ebbi in regalo. Avevo sette, otto anni. Seguì la scoperta di altri autori, come Verne e Calvino, che divennero rifugio».

Intanto De Vita cresce, viene mandato in collegio, all’Istituto Cavanis («Rigide regole, e formazione umanistica: mi hanno aiutato a diventare uno scrittore”), finisce le superiori a Viareggio, all’istituto tecnico commerciale Piaggia. Inizia così la sua vita, che si divide fra gli amati volumi vergati – da “Il bimbo nero” (Gazebo Firenze, 1989), a “L’uomo del congresso” (Ets, 2003) fino ad arrivare all’ultimo, pubblicato l’anno scorso, “Giulia la rossa” (Tra le righe, 2017) – e il lavoro “mai amato: quello di rappresentante e di account in una agenzia pubblicitaria».

Sentendo la storia di De Vita, mi vengono in mente le note parole di John Lennon: «La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi». Ed è così che la vita per lui accaduta un giorno, per caso, aprendo un giornale: «Per caso – mi racconta -, sfogliando un quotidiano, vidi un annuncio che invitava tutti i cittadini a leggere i propri scritti in una casermetta. Andai, e dopo quindici anni… Ci sono ancora!».

De Vita da tre anni è il presidente in carica dell’associazione Cesare Viviani, nata nel 1994. «L’associazione – mi spiega – anima settimanalmente la città con le sue letture e incontri, coinvolgendo anche persone di notevole levatura culturale». Negli anni ci sono state manifestazioni dedicate a Carmelo Bene, l’omaggio ai poeti Dario Bellezza e Mario Luzi, ma anche mostre fotografiche, di sculture e di pitture. E musica classica, e omaggi a Giorgio Gaber.

«Il mercoledì – prosegue – è il nostro fiore all’occhiello con le letture libere. Ognuno può venire alla casermetta a leggere le proprie opere o quelle di altri autori. Il clima è sempre accogliente e stimolante. Ci auguriamo, naturalmente, che chi è venuto la prima volta, ritorni, che si iscriva all’associazione, e che voglia dividere con noi questa esperienza. Fino ad adesso i risultati conseguiti non ci hanno deluso. Anzi. Ci è venuta voglia di fare altri progetti, e quelli per il futuro sono diversi: continuare a far conoscere e diffondere le opere letterarie, pittoriche e visive in genere, sviluppare la conoscenza di argomenti non del tutto usuali come l’economia o altre materie di cui non si parla molto come la scienza o l’eutanasia. I soci sono liberi di proporre le loro idee senza alcuna preclusione».

Attualmente è in preparazione l’antologia di poesia e prosa “La Casermetta dei poeti”, a cura dei soci e di alcuni simpatizzanti. De Vita di Lucca ha tanti ricordi, che sono luoghi e memorie, ma anche rimpianti: «Mi manca tanto il Caffè Di Simo, dove illustri letterati del passato si riunivano. Vai per le stradette buie e vedi tanti bar e piccoli ristoranti, ma non esiste nulla che solo ricordi quel locale. Eppure i lucchesi ci tengono alle loro tradizioni! Lucca è chiusa, provinciale, borghese. I lucchesi si accettano come sono: eterni bottegai, bacchettoni, e parecchio tirati. Ma dove sono i grandi personaggi del passato?».

Verrebbe da rispondere morti e seppelliti. O eternati nelle strade della sera, nelle targhe, nelle finestre che s’affacciano sulle piazze (come quella, bellissima e per me indimenticabile, di Antonio Possenti su piazza Anfiteatro). Ma anche, e soprattutto, nei libri. Nelle parole di Manlio Cancogni, Mario Tobino, Arrigo Benedetti. E, naturalmente, Cesare Viviani.

«C’è – prosegue de Vita - un libro, in effetti, a cui sono molto legato. È “Robba della mi’ tera”. L’autore è proprio quel Cesare Viviani conosciuto da noi come Cesarin de’ Viviani. Ho avuto modo, così, di scoprire un altro linguaggio, quello storpiato, all’epoca, da noi ragazzi, o sentuto mentovà dalle persone anziane. Il suono di quelle parole per me, è sempre stato familiare. Viveva con noi un personaggio per noi della famiglia mitico: la vecchia Tata, che parlava in vernacolo e che si mangiava la erre. Lo dìo a tu pa’…vedrai se un lo dìo… Mi diceva quando la facevo arrabbiare. Lei non aveva mai avuto bisogno di leggere le poesie di Cesarin De Viviani; quello che la natura le aveva dato era un dono raro. Il mondo della nostra Tata è il mondo del poeta: sincero, vivo, spontaneo. Poteva appartenere a uno dei suoi personaggi. Con le sue poesie la città si arricchisce di tradizioni tramandate nel tempo, forse adesso un po’ dimenticate. Ma esiste il teatro a ricordarcele, in particolare la compagnia dialettale La Combriccola, nata nel 1995 che ha molte volte replicato alcune delle commedie più famose». Me ne cita una? “Ir troppo stroppia”.

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