Il Tirreno

Lucca

Salvata dalle botte grazie all’amore della figlia 18enne

di Flavia Barsotti
Salvata dalle botte grazie all’amore della figlia 18enne

È una delle vicende risolte con l’intervento della onlus Luna che dal 1999 si occupa di dare assistenza alle vittime

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LUCCA. Storie di violenza, di amori – o meglio, di “non amori” – malati. Storie di cicatrici, nel cuore e sulla pelle, di sangue e di paura. Storie di omertà e di silenzio e di mostri con un volto che perseguitano le notti più scure. Ma anche storie di coraggio, di solidarietà, di eroine del mondo reale, che, senza mantello e superpoteri, si scoprono guerriere, sfoderando la loro arma più efficace: la forza di reagire per loro stesse e per i propri figli. Le voci di chi chiede aiuto ai centri antiviolenza, hanno nomi di donna e “soluzioni che sono vestiti da cucire addosso”. Continua a ripeterlo la presidentessa dell’Associazione Luna Onlus, Daniela Caselli, che, dal 1999, si occupa di dare assistenza alle vittime di violenza, come accaduto con S., mamma e moglie che, lo scorso anno, ha avviato il suo percorso di rinascita. L’iniziale puntata appartiene a un nome di fantasia, ma la sua vicenda è qualcosa di fin troppo reale. Un matrimonio in cui aveva creduto, due figlie, giovani spettatrici di soprusi e vessazioni, e un marito da vent’anni che la controlla e la schiaccia. Una situazione che va avanti fino a quando, esasperata, la primogenita si rifugia da un’amica. Ha da poco compiuto 18 anni, è grande e non solo per l’età anagrafica. Si mette in contatto con l’associazione Luna e chiede aiuto: basta con le urla, con le mani addosso, con la sottomissione. Lo fa per sua madre e, con quel gesto che è l’atto d’amore più bello che le possa donare, la libera.

Certo, all’inizio non è semplice perché S. ha paura. Ma la forza la trova, negli occhi di sua figlia, e decide di fidarsi. Avvia un percorso con l’associazione e, per la prima volta, racconta quel dramma anche a un avvocato per presentare richiesta di separazione e decreto di allontanamento del marito dalla casa familiare. Un provvedimento che è ossigeno puro. Adesso, S. vive nella sua abitazione con la figlia più piccola e con la primogenita che, nel frattempo, è tornata a casa. È in cerca di lavoro, vuole rendersi autonoma e indipendente, finalmente autrice del proprio destino.

Per tante storie a lieto fine, però, ce ne sono altre che sono un tunnel con una luce ancora da raggiungere. È il caso di A. – iniziale di fantasia – che, per burocrazia e prassi giudiziarie, fa ancora parte di quel calvario da cui pensava di essere uscita. A. non è originaria della zona, ma approda qui in fuga da una condizione pesante: controllata dalle telecamere nel bagno, legata ai termosifoni, picchiata nonostante un figlioletto di quattro anni che riesce a tener fuori dal dolore. Per lui, trova la forza di chiedere aiuto e viene assegnata all’Associazione Luna che fa partire l’iter di protezione. Si fissa il processo, al quale A. partecipa con la scorta per motivi di sicurezza. Il verdetto per il marito è: condanna per violenza altrui e non per maltrattamenti familiari, insomma, pena ridotta. E poi, per alcuni cavilli non se ne fa di niente: il carnefice ne esce pulito. A. non molla, cerca e trova un lavoro, affitta una casa, e riprende in mano la vita, fino a quando il tribunale decide che il bambino deve incontrare suo padre. È una ferita che si riapre: l’ombra di quel mostro riappare, in una città lontana per evitare che possa capire dove vivono adesso. Sono incontri protetti, ma l’uomo cerca un riavvicinamento. «Se mi dici dove vi siete trasferiti, ti prometto che non faccio più male a mamma», cerca di convincere il piccolo che gli crede e incolpa la donna della distanza. Solo bugie e un’altra forma di violenza, dalla quale A. deve nuovamente ripartire. Perché, da allora, non dorme più e si guarda le spalle, convinta di poter vedere quel mostro dietro di sé da un momento all’altro. «E se mi trova – continua a ripetere – lui mi ammazza».

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