Bellany, il genio sedotto a Barga trovò i suoi colori
di UMBERTO SERENI*
Oggi in piazza Angelio sarò scoperta la targa in ricordo del pittore scozzese
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L’evento che si svolge a Barga oggi merita di essere annoverato tra i più significativi della civiltà culturale della Valle. Alle 17.30 in piazza Angelio, il cuore di Barga medicea, verrà scoperta una lapide in ricordo del pittore scozzese John Bellany. Sono stati i suoi amici a volere questa iniziativa, concepita come la forma più degna per esprimere la riconoscenza ed eternare il ricordo di questo straordinario artista di riconosciuta fama internazionale.
Le opere di John Bellany si trovano nei più prestigiosi musei e nelle più raffinate gallerie del mondo: a New York al Museum of Modern Art e al Metropolitan, a Londra alla Tate Britain, alla National Portrait Gallery e alla Royal Accademy. A Edimburgo le pareti del Palazzo del Parlamento ospitano gli affreschi del ciclo sulla vita dei pescatori che volle dedicare alla raffigurazione delle dure condizioni di esistenza e di lavoro degli uomini del mare del Nord. In quegli affreschi la tremenda lotta fra gli uomini e il mare era rappresentata con una potenza espressiva che avvicinava l’artista ai grandi maestri del Novecento, a cominciare dai muralisti messicani.
Dipinti per la sede del Parlamento di Scozia, gli affreschi dei “fishermen” raccontano la storia di quelle popolazioni costrette a combattere una quotidiana battaglia per l’esistenza contro un mare crudele ed una Natura fosca e tremenda. I colori cupi dominano le rappresentazioni.
Nato a Port Seton, nel nord della Scozia nel 1942, Bellany già dalle sue prime esperienze pittoriche mostrò quanto forte fosse per lui l’attrazione per la sua terra e per la sua gente della quale conosceva, per diretta esperienza familiare, le tribolate esperienze. La sua maturazione artistica avvenne a Edimburgo e coincise con un periodo di straordinaria euforia della capitale scozzese, che negli anni Sessanta fu come presa d’assalto da centinaia di giovani appassionati d’arte che vi conobbero più libere e più emozionanti esperienze di vita. Meravigliosi furono quegli anni bene riassunti dal titolo di un film che li raccontava: gioventù amore e rabbia. Fu come una grande eccitazione , che sembrava non dover finire mai e bruciò con un esaltante falò consuetudini, mentalità e schemi fermi da troppo tempo.
Incoraggiato dalla frequentazione dell’alcol (birra e whisky), si diffuse un nuovo stile di vita, più libero e più aperto, che ebbe nella Londra di quegli anni il luogo delle più audaci sperimentazioni ed il centro di irradiazione di un contagio che non trovava ostacoli, passava barriere, superava frontiere. Quella magica Londra John Bellany la conobbe bene: dalla Scozia si era trasferito nella grande metropoli per affinare i suoi studi e per entrare in contatto con le più vivaci scuole d’arte. Ebbe subito modo di farsi apprezzare e fu accolto con una considerazione speciale nella agitata boheme dove si riunivano pittori, poeti, musicisti. Risale a questo periodo la sua amicizia con David Bowie, il “Duca bianco” e con Sean Connery, ai quali Bellany ha dedicato ritratti di forte intensità. Sono di questo tempo i suoi primi successi che lo qualificavano tra i più interessanti artisti della nuova generazione britannica e gli garantivano uno spazio di prim’ordine fra i pittori neoespressionisti.
Si apriva allora per Bellany un periodo di notevole vena creativa e gli apprezzamenti della critica più avvertita gli spalancavano le porte delle gallerie di Londra, Liverpool, New York, Amsterdam e gli procuravano l’interesse dei mercanti d’arte che si disputavano le sue opere mandando i loro prezzi alle stelle. Della pittura di Bellany colpiva l’impronta vigorosa con la quale animava i suoi quadri sempre più marcati di angoscia e disperazione e popolati di incubi che l’artista avvertiva gravare minacciosi su di sé e sul mondo.
I favolosi anni Sessanta finivano lasciando una rabbiosa eredità di irrisolti e irrisolvibili tormenti che non dava tregua e consumava. Di quel tempo, triste e terribile, la pittura di Bellany reca segni ben riconoscibili che fanno capire la grande tensione che lo impegnò nella lotta, di questo si trattò, per difendere le ragioni della vita, per combattere l’illusione della morte pacificatrice. Fu sicuramente questo il periodo che trapassa gli anni Settanta e si inoltra nei grigi ed aridi anni Ottanta, il tempo più difficile per Bellany che, come molti dei suoi sodali d’arte, era chiamato a pagare i conti degli eccessi dei brevi giorni e delle lunghe notti della “swinging London”.
Per Bellany il verdetto fu tremendo: il suo fegato era bruciato. L’alcol l’aveva distrutto, consumato. Cominciò per lui un penoso travaglio tra ospedali alla vana ricerca di un rimedio che sembrava impossibile trovare fino a quando non gli venne prospettata la soluzione del trapianto alla quale il pittore, incoraggiato dalla moglie Helen, si sottopose.
Le sue condizioni erano disperate e quando il 30 aprile 1988 entrò nella sala operatoria dell’ Addendroke’s Hospital di Cambridge anche i medici dubitavano della sua sopravvivenza. È stato uno di loro, Kim Jacobson, a raccontare la pesante atmosfera che gravava su quei giorni quando sembrava che solo il pittore fosse percorso dalla fiducia e dalla speranza, e non intendesse arrendersi.
Di quanto fosse attaccato alla vita sono testimonianza i disegni ai quali lavorò fino a pochi minuti del suo ingresso in sala operatoria. Di questa manifestazione di vitalità rimasero tutti colpiti ed una emozione ben più forte la provò sir Roy Calne, il pioniere dei trapianti di fegato che l’aveva operato, quando dal pittore, appena risvegliato dall’intervento, si sentì chiedere carta e penna. Che Bellany usò per disegni con i quali esprimeva la sua riconoscenza per il suo salvatore e per la sua squadra di collaboratori.
La vita aveva sconfitto la morte e l’artista si sentì come invadere da una irresistibile ansia di Nuovo Inizio. In questa meravigliosa sensazione di rinascita si inserì il progetto Toscana dove cercare una casa per trasferirsi.
Da secoli presente nel cuore e nella mente degli artisti e dei giovin signori di Gran Bretagna, la nostra regione era come un sogno che per Bellany rappresentava un’oasi di quiete e di serenità. Accogliendo l’invito di un amico, che aveva casa intorno a Segromigno, nella campagna lucchese, nel mezzo dell’estate del 1988 con la moglie Helen il pittore arrivò in Toscana.
Non appena le forze glielo consentirono prese a battere la regione alla ricerca del luogo dove fissare il suo ritiro. In questa ricerca arrivò a Barga e qui trovò una figura benigna che agiva come agente immobiliare, ma che in verità si comportava come una sorta di ambasciatore-delegato alla promozione del territorio. Della catena virtuosa che doveva portare Bellany dall’ospedale di Cambridge alla Nuova Vita, Michele Biagi, questo il nome del provvidenziale agente immobiliare, è sicuramente l’anello che la salda. Metà barghigiano e metà scozzese, o meglio “bargoscozzese”, Biagi si gettò nell’impresa. Il resto lo fece Barga, la sua luce, i suoi colori.
Bella signora di secoli luminosi, adagiata in un mare di verde, protetta da monti dolci ed aguzzi, mise in mostra tutte le sue grazie per placare la ricerca del pittore. Fu come Bellany ha più volte raccontato un amore immediato. È così che ci si innamora: d’improvviso ci sentiamo trasformati. Non siamo più quelli di prima. Siamo nuovi. Qualcosa del genere accadde a Bellany in quel luminoso pomeriggio barghigiano: un uomo che appena trascinava il suo corpo avvertì le arcane vibrazioni che quel luogo gli mandava. Aveva trovato la fonte di vita che andava cercando. A John era successo quanto era toccato di sperimentare a Giovanni Pascoli un secolo innanzi. In questo senso il loro collegamento sembra quasi l’esito di un disegno ed invece è la testimonianza della grande potenza energopoietica del paesaggio della Valle del Serchio: Pascoli vi arrivò alla ricerca, come ebbe a dire, del Bello e del Buono. Cercava un luogo di pace per dare nuovo vigore alla sua arte e lo trovò in una villetta su un colle di fronte a Barga. Bellany, che fuggiva dalla morte, aveva bisogno di mettere nuove radici. Cercava la luce, i colori della Natura, la cordiale quiete delle buona gente e per accontentarlo Biagi gli procurò l’antica villa dei conti Carli, che si alza sul colle di Sipulicchia, dove il sole indugia e ingentilisce ogni cosa.
Dell’effetto Barga su Bellany si resero subito conto i suoi più accreditati biografi, John Mc Ewen e Duncan Macmillan, che lo salutarono come l’avvio di una nuova fase della sua pittura. Finalmente liberata dagli incubi che l’avevano incupita quando era dominata dai lividi cieli del buio mare del Nord. Nei quadri che Bellany dipingeva a Sipulicchia, riproduceva i borghi, dava volto ai paesani, era un’esplosione di colori.
Antica signora dalle inesauribili seduzioni Barga sapeva, quando accolse Bellany, che dal pittore scozzese avrebbe ricevuto infinite testimonianze d’amore. Affidate a centinaia di quadri che stanno nelle più raffinate gallerie del mondo, diranno per sempre la grandezza di John Bellany e certificheranno , ancora una volta, che la valle del Serchio è terra di meravigliosi incantesimi . Che danno la vita e i sogni.
*ordinario di storia moderna. all’Università di Udine.
Le opere di John Bellany si trovano nei più prestigiosi musei e nelle più raffinate gallerie del mondo: a New York al Museum of Modern Art e al Metropolitan, a Londra alla Tate Britain, alla National Portrait Gallery e alla Royal Accademy. A Edimburgo le pareti del Palazzo del Parlamento ospitano gli affreschi del ciclo sulla vita dei pescatori che volle dedicare alla raffigurazione delle dure condizioni di esistenza e di lavoro degli uomini del mare del Nord. In quegli affreschi la tremenda lotta fra gli uomini e il mare era rappresentata con una potenza espressiva che avvicinava l’artista ai grandi maestri del Novecento, a cominciare dai muralisti messicani.
Dipinti per la sede del Parlamento di Scozia, gli affreschi dei “fishermen” raccontano la storia di quelle popolazioni costrette a combattere una quotidiana battaglia per l’esistenza contro un mare crudele ed una Natura fosca e tremenda. I colori cupi dominano le rappresentazioni.
Nato a Port Seton, nel nord della Scozia nel 1942, Bellany già dalle sue prime esperienze pittoriche mostrò quanto forte fosse per lui l’attrazione per la sua terra e per la sua gente della quale conosceva, per diretta esperienza familiare, le tribolate esperienze. La sua maturazione artistica avvenne a Edimburgo e coincise con un periodo di straordinaria euforia della capitale scozzese, che negli anni Sessanta fu come presa d’assalto da centinaia di giovani appassionati d’arte che vi conobbero più libere e più emozionanti esperienze di vita. Meravigliosi furono quegli anni bene riassunti dal titolo di un film che li raccontava: gioventù amore e rabbia. Fu come una grande eccitazione , che sembrava non dover finire mai e bruciò con un esaltante falò consuetudini, mentalità e schemi fermi da troppo tempo.
Incoraggiato dalla frequentazione dell’alcol (birra e whisky), si diffuse un nuovo stile di vita, più libero e più aperto, che ebbe nella Londra di quegli anni il luogo delle più audaci sperimentazioni ed il centro di irradiazione di un contagio che non trovava ostacoli, passava barriere, superava frontiere. Quella magica Londra John Bellany la conobbe bene: dalla Scozia si era trasferito nella grande metropoli per affinare i suoi studi e per entrare in contatto con le più vivaci scuole d’arte. Ebbe subito modo di farsi apprezzare e fu accolto con una considerazione speciale nella agitata boheme dove si riunivano pittori, poeti, musicisti. Risale a questo periodo la sua amicizia con David Bowie, il “Duca bianco” e con Sean Connery, ai quali Bellany ha dedicato ritratti di forte intensità. Sono di questo tempo i suoi primi successi che lo qualificavano tra i più interessanti artisti della nuova generazione britannica e gli garantivano uno spazio di prim’ordine fra i pittori neoespressionisti.
Si apriva allora per Bellany un periodo di notevole vena creativa e gli apprezzamenti della critica più avvertita gli spalancavano le porte delle gallerie di Londra, Liverpool, New York, Amsterdam e gli procuravano l’interesse dei mercanti d’arte che si disputavano le sue opere mandando i loro prezzi alle stelle. Della pittura di Bellany colpiva l’impronta vigorosa con la quale animava i suoi quadri sempre più marcati di angoscia e disperazione e popolati di incubi che l’artista avvertiva gravare minacciosi su di sé e sul mondo.
I favolosi anni Sessanta finivano lasciando una rabbiosa eredità di irrisolti e irrisolvibili tormenti che non dava tregua e consumava. Di quel tempo, triste e terribile, la pittura di Bellany reca segni ben riconoscibili che fanno capire la grande tensione che lo impegnò nella lotta, di questo si trattò, per difendere le ragioni della vita, per combattere l’illusione della morte pacificatrice. Fu sicuramente questo il periodo che trapassa gli anni Settanta e si inoltra nei grigi ed aridi anni Ottanta, il tempo più difficile per Bellany che, come molti dei suoi sodali d’arte, era chiamato a pagare i conti degli eccessi dei brevi giorni e delle lunghe notti della “swinging London”.
Per Bellany il verdetto fu tremendo: il suo fegato era bruciato. L’alcol l’aveva distrutto, consumato. Cominciò per lui un penoso travaglio tra ospedali alla vana ricerca di un rimedio che sembrava impossibile trovare fino a quando non gli venne prospettata la soluzione del trapianto alla quale il pittore, incoraggiato dalla moglie Helen, si sottopose.
Le sue condizioni erano disperate e quando il 30 aprile 1988 entrò nella sala operatoria dell’ Addendroke’s Hospital di Cambridge anche i medici dubitavano della sua sopravvivenza. È stato uno di loro, Kim Jacobson, a raccontare la pesante atmosfera che gravava su quei giorni quando sembrava che solo il pittore fosse percorso dalla fiducia e dalla speranza, e non intendesse arrendersi.
Di quanto fosse attaccato alla vita sono testimonianza i disegni ai quali lavorò fino a pochi minuti del suo ingresso in sala operatoria. Di questa manifestazione di vitalità rimasero tutti colpiti ed una emozione ben più forte la provò sir Roy Calne, il pioniere dei trapianti di fegato che l’aveva operato, quando dal pittore, appena risvegliato dall’intervento, si sentì chiedere carta e penna. Che Bellany usò per disegni con i quali esprimeva la sua riconoscenza per il suo salvatore e per la sua squadra di collaboratori.
La vita aveva sconfitto la morte e l’artista si sentì come invadere da una irresistibile ansia di Nuovo Inizio. In questa meravigliosa sensazione di rinascita si inserì il progetto Toscana dove cercare una casa per trasferirsi.
Da secoli presente nel cuore e nella mente degli artisti e dei giovin signori di Gran Bretagna, la nostra regione era come un sogno che per Bellany rappresentava un’oasi di quiete e di serenità. Accogliendo l’invito di un amico, che aveva casa intorno a Segromigno, nella campagna lucchese, nel mezzo dell’estate del 1988 con la moglie Helen il pittore arrivò in Toscana.
Non appena le forze glielo consentirono prese a battere la regione alla ricerca del luogo dove fissare il suo ritiro. In questa ricerca arrivò a Barga e qui trovò una figura benigna che agiva come agente immobiliare, ma che in verità si comportava come una sorta di ambasciatore-delegato alla promozione del territorio. Della catena virtuosa che doveva portare Bellany dall’ospedale di Cambridge alla Nuova Vita, Michele Biagi, questo il nome del provvidenziale agente immobiliare, è sicuramente l’anello che la salda. Metà barghigiano e metà scozzese, o meglio “bargoscozzese”, Biagi si gettò nell’impresa. Il resto lo fece Barga, la sua luce, i suoi colori.
Bella signora di secoli luminosi, adagiata in un mare di verde, protetta da monti dolci ed aguzzi, mise in mostra tutte le sue grazie per placare la ricerca del pittore. Fu come Bellany ha più volte raccontato un amore immediato. È così che ci si innamora: d’improvviso ci sentiamo trasformati. Non siamo più quelli di prima. Siamo nuovi. Qualcosa del genere accadde a Bellany in quel luminoso pomeriggio barghigiano: un uomo che appena trascinava il suo corpo avvertì le arcane vibrazioni che quel luogo gli mandava. Aveva trovato la fonte di vita che andava cercando. A John era successo quanto era toccato di sperimentare a Giovanni Pascoli un secolo innanzi. In questo senso il loro collegamento sembra quasi l’esito di un disegno ed invece è la testimonianza della grande potenza energopoietica del paesaggio della Valle del Serchio: Pascoli vi arrivò alla ricerca, come ebbe a dire, del Bello e del Buono. Cercava un luogo di pace per dare nuovo vigore alla sua arte e lo trovò in una villetta su un colle di fronte a Barga. Bellany, che fuggiva dalla morte, aveva bisogno di mettere nuove radici. Cercava la luce, i colori della Natura, la cordiale quiete delle buona gente e per accontentarlo Biagi gli procurò l’antica villa dei conti Carli, che si alza sul colle di Sipulicchia, dove il sole indugia e ingentilisce ogni cosa.
Dell’effetto Barga su Bellany si resero subito conto i suoi più accreditati biografi, John Mc Ewen e Duncan Macmillan, che lo salutarono come l’avvio di una nuova fase della sua pittura. Finalmente liberata dagli incubi che l’avevano incupita quando era dominata dai lividi cieli del buio mare del Nord. Nei quadri che Bellany dipingeva a Sipulicchia, riproduceva i borghi, dava volto ai paesani, era un’esplosione di colori.
Antica signora dalle inesauribili seduzioni Barga sapeva, quando accolse Bellany, che dal pittore scozzese avrebbe ricevuto infinite testimonianze d’amore. Affidate a centinaia di quadri che stanno nelle più raffinate gallerie del mondo, diranno per sempre la grandezza di John Bellany e certificheranno , ancora una volta, che la valle del Serchio è terra di meravigliosi incantesimi . Che danno la vita e i sogni.
*ordinario di storia moderna. all’Università di Udine.
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