Il Tirreno

Lucca

Morto precipitato dalla gru, la moglie di Eugenio: "Era orgoglioso di rendere Lucca ancora più bella"

di Marco Tirinnanzi
Eugenio Viviani mentre tiene in braccio la cugina Elisa il giorno in cui si è sposata
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Eugenio Viviani mentre tiene in braccio la cugina Elisa il giorno in cui si è sposata

Parla la moglie di Eugenio Viviani, uno degli operai precipitati giù dalla gru in via Veneto: "Il mio primo pensiero è stato per nostro figlio". La Procura nomina un consulente per capire il cedimento

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LUCCA. Il dolore è una cicatrice inaspettata sulla pelle della vita, e ognuno, a ogni nuovo graffio, reagisce secondo dinamiche sue, personalissime. Wanda Lucchesi, 44 anni, impiegata alle Poste a Pisa, moglie da 23 anni di Eugenio Viviani (nella foto mentre tiene in braccio la cugina Elisa il giorno in cui si è sposata), 54 anni, l'operaio morto con il collega Antonio Pellegrini venerdì 1° settembre, per essere precipitati mentre stavano installando i lumini per la processione di Santa Croce, ha il volto di chi ha pianto tutta una notte e di un giorno intero e non sa darsi pace.

Lo sguardo però è vivo e mentre spiega, o prova a spiegare, cosa si prova a perdere il marito in una maniera così atroce, dalle sue parole si comprende che quello che sa è che deve reagire e andare avanti, per l'unica persona per cui vale la pena lottare: Nicolò, 18 anni, il suo unico figlio, studente all'ultimo anno dell'Istituto Pertini, che dopo averci aperto la porta si allontana, portando con sé una comprensibile poca voglia di parlare. «Ero a lavoro quando mi hanno chiamato dalla cooperativa Morelli per avvertirmi della tragedia - spiega la signora Wanda -.Non volevo crederci, sono rimasta senza parole, lo choc era troppo grande. Il primo pensiero è andato a mio figlio, col quale Eugenio aveva un rapporto bellissimo: erano stati il fine settimana scorso a Cervia, per una gara equestre a cui aveva partecipato Nicolò. Vivevano in simbiosi, legati dalla passione per il cavallo. Andavano insieme ogni domenica al maneggio di Galleno, e insieme andavano alle gare: mio marito era orgoglioso di vedere Nicolò in sella e non perdeva occasione per fotografarlo».

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Eugenio Viviani, nato e cresciuto a Santa Maria del Giudice, lavorava dal 1997 alla cooperativa agricola Morelli, che tra le altre, aveva in appalto il posizionamento dei lumini, e proprio la festa del 13 settembre, era l'appuntamento lavorativo che Viviani aspettava con più trepidazione, durante l'anno. «Da tempo, con altri due colleghi, mio cognato era responsabile del montaggio dei lumini per la processione - dice Elisa Lucchesi, la cognata, sorella di Wanda -, una ricorrenza che aspettava con ansia, entusiasta di contribuire a rendere Lucca ancora più bella. Quest'anno però si dispiaceva perchè l'Hotel Universo e l'istituto Passaglia non potevano essere illuminati per via dei ponteggi. Era appassionato del suo lavoro, e amava la luminara».


Mentre parlano, la salma è ancora all'obitorio e nessuno della famiglia ha ancora visto Eugenio. Un supplizio. «Dobbiamo attendere che il magistrato dia disposizioni sulla salma - precisa la cognata -. Nessuno di noi purtroppo, è riuscito a vedere Eugenio. Non mi sembra vero quel che è successo. Eravamo una famiglia unita: mio padre sta qui di fronte e per 30 anni, quasi ogni giorno vedeva Eugenio, Wanda e Nicolò. Tutti ci davamo una mano, aiutandoci a vicenda».

LE INDAGINI: UN CONSULENTE TECNICO PER CAPIRE IL CEDIMENTO

Il senso di famiglia Viviani l'aveva trovato anche alla cooperativa Morelli e gli operai erano diventati per lui qualcosa più di semplici colleghi: amici e a volte parenti aggiunti, un punto di riferimento per quasi vent’anni. «Stasera (sabato 1, ndr) avremmo dovuto trovarci per una cena tutti insieme in Versilia - racconta Wanda -. Mio marito era molto attaccato ai suoi colleghi, anche ad Antonio (Pellegrini, l'altro rimasto ucciso nella caduta, ndr). Con sua moglie ancora non ci siamo sentite, il dolore in questo momento è troppo forte. Avremo modo di confrontarci e darci, magari, un po' di sostegno».

Anche il vescovo Italo Castellani ha fatto sentire la propria vicinanza alla famiglia Viviani. «Monsignor Castellani è venuto da noi stamani - continua Wanda -; è molto dispiaciuto, anche perché Eugenio stava lavorando per il bene di tutta la comunità lucchese. Ci è vicino, e per qualsiasi cosa ha detto che possiamo rivolgerci a lui».

Lo strazio tuttavia non rimane chiuso nell'appartamento dei Viviani dietro l'Hotel Carlos, sulla via che passando per il Foro, conduce a Pisa, affollato di familiari e conoscenti venuti a portare un po' di consolazione e sollievo, ma è una cappa che ricade idealmente su Santa Maria del Giudice, dove l'operaio della Morelli era considerato da tutti uno di casa. «Eugenio era sempre pronto a partecipare ai tornei di briscola che organizziamo qua al bar - spiega Federico Lunardi, titolare del bar con la sorella -, capitava spesso a cena a mangiare la pizza, con la moglie e il figlio. Era sempre attivo per la nostra piccola comunità: a Natale, con i colleghi della cooperativa, ci dava una mano a montare l'albero. Qui lo conoscevano tutti. Di ciò che è successo, non ci capacitiamo».

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