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«La mia lotta da sola per avere giustizia»
di Barbara Antoni
La mamma di Vanessa, uccisa a vent’anni: «Non mi fermerà mai»
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LUCCA. L’assassino che ha agito con premeditazione e volontarietà riconosciute dai giudici, l’ergastolo “scampato” grazie all’applicazione dei benefici di legge. La sentenza di primo grado per il femminicidio di Vania Vannucchi, l’infermiera quarantasettenne di Lucca incendiata il 2 agosto 2016 da Pasquale Russo come risposta al rifiuto ricevuto da lei, presenta analogie con la vicenda di Vanessa Simonini, uccisa a vent’anni la notte fra il 7 e l’8 dicembre del 2009 da Simone Baroncini, all’epoca trentacinquenne. Si era invaghito di lei, la voleva per sé: Vanessa lo aveva rifiutato e lui l’aveva strangolata e lasciata sotto la pioggia battente sul greto del fiume, cercando di inscenare un’aggressione di banditi. Per avere ucciso Vanessa, grazie ai benefici di legge, Baroncini fu condannato a trent’anni in primo grado per poi scendere a sedici in secondo.
Una mancata certezza della pena che brucia. Brucia sulla pelle e nel cuore di Maria Grazia Forli, la mamma di Vanessa. Instancabile nella sua battaglia: ha rivendicato per anni la necessità di una pena congrua per l’omicidio volontario, ha protestato, ha viaggiato, ha raccontato ovunque la storia di sua figlia e della sua famiglia spezzata dal dolore. Ha portato la sua testimonianza anche alla platea di Montecitorio, nel dicembre del 2014, in un convegno a cui la commissione giustizia della Camera, firmataria di una proposta di legge sull’abolizione dei benefici per la condanna di omicidio volontario, della aveva invitato i familiari di molte vittime. La proposta, approvata dalla Camera, è poi stata inserita in un più ampio disegno di revisione del codice penale, e a lungo è rimasta ferma al Senato.
Oggi Maria Grazia Forli non può nascondere la sua delusione. «La certezza della pena è necessaria - ribadisce oggi la mamma di Vanessa -, per le vittime e le loro famiglie. A questo punto però penso che sia lo Stato a non volerla: ha più interesse a far uscire gli assassini dal carcere in tempi brevi. Almeno venti anni veri di carcere chi si macchia di un reato del genere dovrebbe scontarli, invece grazie a decreti svuota carceri e a benefici vari finisce che gli assassini ne fanno dieci appena, forse anche meno».
«Ma niente potrà fermarmi nella mia battaglia - afferma ancora mamma Maria Grazia -. Continuerò con le armi che ho e cioè andando nelle scuole per raccontare ai ragazzi la storia di Vanessa, a raccontare la verità: e cioè che lo Stato con le leggi che ci sono tutela gli assassini, non le vittime e le loro famiglie».
Perché «quando accade una disgrazia come quella di cui è stata vittima mia figlia, ti affidi allo Stato, pensi “lo Stato mi aiuterà ad avere giustizia”. Invece oggi, a quasi otto anni di distanza da quel giorno orribile, le uniche certezze sono che mia figlia è sotto terra e il suo assassino tra poco potrebbe anche uscire, tornare libero, riprendere la sua vita. Penso che non sia giusto: chi compie un atto del genere deve pagare quello che è giusto, deve essere punito, deve sgobbare».
Secondo Maria Grazia Forli «finché non cambieranno le previsioni di legge per l’omicidio volontario, i femminicidi continueranno a esserci. Altro che benefici di legge: i giudici dovrebbero concederne di meno. È impensabile che ci siano delle attenuanti: l’assassino di mia figlia ad esempio ne ha usufruito intanto per essere incensurato. E poi, scegliendo il rito abbreviato, ha potuto godere di sconti di pena in primo e in secondo grado. Non lo posso accettare: non ha mai mostrato alcun pentimento, non ha mai risarcito la nostra famiglia di un centesimo, consentendoci di alleggerire le spese processuali. Non mi fermerò qui: porterò ovunque la mia testimonianza per far conoscere e capire a tutti come funzionano realmente le cose».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Una mancata certezza della pena che brucia. Brucia sulla pelle e nel cuore di Maria Grazia Forli, la mamma di Vanessa. Instancabile nella sua battaglia: ha rivendicato per anni la necessità di una pena congrua per l’omicidio volontario, ha protestato, ha viaggiato, ha raccontato ovunque la storia di sua figlia e della sua famiglia spezzata dal dolore. Ha portato la sua testimonianza anche alla platea di Montecitorio, nel dicembre del 2014, in un convegno a cui la commissione giustizia della Camera, firmataria di una proposta di legge sull’abolizione dei benefici per la condanna di omicidio volontario, della aveva invitato i familiari di molte vittime. La proposta, approvata dalla Camera, è poi stata inserita in un più ampio disegno di revisione del codice penale, e a lungo è rimasta ferma al Senato.
Oggi Maria Grazia Forli non può nascondere la sua delusione. «La certezza della pena è necessaria - ribadisce oggi la mamma di Vanessa -, per le vittime e le loro famiglie. A questo punto però penso che sia lo Stato a non volerla: ha più interesse a far uscire gli assassini dal carcere in tempi brevi. Almeno venti anni veri di carcere chi si macchia di un reato del genere dovrebbe scontarli, invece grazie a decreti svuota carceri e a benefici vari finisce che gli assassini ne fanno dieci appena, forse anche meno».
«Ma niente potrà fermarmi nella mia battaglia - afferma ancora mamma Maria Grazia -. Continuerò con le armi che ho e cioè andando nelle scuole per raccontare ai ragazzi la storia di Vanessa, a raccontare la verità: e cioè che lo Stato con le leggi che ci sono tutela gli assassini, non le vittime e le loro famiglie».
Perché «quando accade una disgrazia come quella di cui è stata vittima mia figlia, ti affidi allo Stato, pensi “lo Stato mi aiuterà ad avere giustizia”. Invece oggi, a quasi otto anni di distanza da quel giorno orribile, le uniche certezze sono che mia figlia è sotto terra e il suo assassino tra poco potrebbe anche uscire, tornare libero, riprendere la sua vita. Penso che non sia giusto: chi compie un atto del genere deve pagare quello che è giusto, deve essere punito, deve sgobbare».
Secondo Maria Grazia Forli «finché non cambieranno le previsioni di legge per l’omicidio volontario, i femminicidi continueranno a esserci. Altro che benefici di legge: i giudici dovrebbero concederne di meno. È impensabile che ci siano delle attenuanti: l’assassino di mia figlia ad esempio ne ha usufruito intanto per essere incensurato. E poi, scegliendo il rito abbreviato, ha potuto godere di sconti di pena in primo e in secondo grado. Non lo posso accettare: non ha mai mostrato alcun pentimento, non ha mai risarcito la nostra famiglia di un centesimo, consentendoci di alleggerire le spese processuali. Non mi fermerò qui: porterò ovunque la mia testimonianza per far conoscere e capire a tutti come funzionano realmente le cose».
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