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«A giugno l’aveva picchiata rompendole il telefonino»
La madre della vittima è rimasta fuori dall’aula nel corso dell’udienza durata 5 ore Grande amarezza dei genitori alla lettura del dispositivo: «Ci aspettavamo altro»
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LUCCA. Qualunque fosse stata la sentenza di condanna, Vania, la loro unica e amatissima figlia non sarebbe tornata in vita. Ma Alvaro e Giovanna Vannucchi in cuor loro speravano almeno che per il carnefice della loro «bambina» le porte del carcere si chiudessero per sempre. Per il male che ha fatto a due famiglie (quella della vittima e la sua, visto che è sposato e ha tre figli) Pasquale Russo nell’immaginario collettivo avrebbe meritato il carcere a vita a prescindere dalle norme che ci sono e vanno rispettate in ogni Stato di Diritto (il legislatore in determinati casi, come quello di specie, dovrebbe semmai inasprirle ulteriormente evitando riti alternativi o bizantinismi giuridici). «Resta l’amaro in bocca» dice Alvaro Vannucchi, storico massaggiatore della Lucchese nell’uscire dal palazzo di via Galli Tassi, oggi cittadella giudiziaria e che lui aveva frequentato negli anni Settanta quando l’edificio era l’ospedale cittadino senza poi metterci più piede. Contrariamente alla moglie - che resta fuori dall’aula del dibattimento - il padre della vittima, polo verde e pantaloni beige, assiste impassibile all’udienza a porte chiuse. Stilettate al cuore per un genitore che perde una figlia in quel modo orribile e assurdo dopo che, circa un anno e mezzo prima, quasi miracolosamente era sopravvissuta ad una grave pancreatite. Ma la parola «ergastolo» pronunciata dal sostituto procuratore Piero Capizzoto in qualche modo lo rianima. Perché quell’individuo per l’atrocità commessa non deve fare più parte della società civile. Inutile dire che la mancata condanna alla massima prevista dal codice del nostro Paese lascia la coppia con un senso di scoramento. Perché la paura e l’angoscia che, attraverso sconti di pena e amnistie, un giorno possono vederselo davanti fuori da un carcere non li lascia delusi e disillusi.
Mancata denuncia. La pacatezza esteriore di Alvaro fa da contraltare alla rabbia e al giustificabile livore di Giovanna. «Perdonare quella belva? Glielo avevo detto tante volte a Vania che quello non mi piaceva. Era diverso da noi. Strafottente e maleducato. A giugno l’aveva picchiata. Era accaduto a Pisa dove lei lavorava: le aveva strappato il camice ospedaliero che indossava e le aveva buttato a terra il cellulare danneggiandolo. È per questo che aveva cambiato sia il telefonino che il numero: un modo per allontanarlo dalla sua vita. Quando seppi quello che era accaduto a Pisa, telefonai personalmente a quell’essere malvagio. Gli dissi che se avesse toccato di nuovo mia figlia non avrei avuto nessun dubbio a denunciarlo all’autorità giudiziaria. Lui non smentì le circostanze. Anzi, disse che aveva perduto la testa, che non voleva e non lo avrebbe fatto più. Mia figlia era troppo perbene, troppo buona. Non solo non l’ha mai denunciato, ma addirittura spesso gli prestava i soldi quando lui gliele chiedeva. Di questa storia non voleva parlarne con il padre. L’ex marito, in servizio all’Arma dei carabinieri, invece ne era al corrente e spesso quando rientrava da Firenze si tratteneva sotto casa per controllare che quell’uomo non stazionasse in zona. La sentenza? Sono delusa. Speravo in una pena esemplare».
Mancata denuncia. La pacatezza esteriore di Alvaro fa da contraltare alla rabbia e al giustificabile livore di Giovanna. «Perdonare quella belva? Glielo avevo detto tante volte a Vania che quello non mi piaceva. Era diverso da noi. Strafottente e maleducato. A giugno l’aveva picchiata. Era accaduto a Pisa dove lei lavorava: le aveva strappato il camice ospedaliero che indossava e le aveva buttato a terra il cellulare danneggiandolo. È per questo che aveva cambiato sia il telefonino che il numero: un modo per allontanarlo dalla sua vita. Quando seppi quello che era accaduto a Pisa, telefonai personalmente a quell’essere malvagio. Gli dissi che se avesse toccato di nuovo mia figlia non avrei avuto nessun dubbio a denunciarlo all’autorità giudiziaria. Lui non smentì le circostanze. Anzi, disse che aveva perduto la testa, che non voleva e non lo avrebbe fatto più. Mia figlia era troppo perbene, troppo buona. Non solo non l’ha mai denunciato, ma addirittura spesso gli prestava i soldi quando lui gliele chiedeva. Di questa storia non voleva parlarne con il padre. L’ex marito, in servizio all’Arma dei carabinieri, invece ne era al corrente e spesso quando rientrava da Firenze si tratteneva sotto casa per controllare che quell’uomo non stazionasse in zona. La sentenza? Sono delusa. Speravo in una pena esemplare».
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