Il presidio
È morto Renato Ghiri l’ultimo partigiano
di Barbara Antoni
Aveva militato nel Cln, rischiando di essere fucilato La figlia Daniela: «Il suo sogno era un mondo migliore»
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LUCCA. Si è spento nel sonno, serenamente, Renato Ghiri, 91 anni, di Nozzano, uno degli ultimi partigiani di Lucca. Una vita in prima linea per la comunità, per i diritti, nella ferma volontà di assicurare, anche a chi sarebbe venuto dopo di lui, una vita migliore. Un combattente, non solo quando aveva militato nel Comitato di Liberazione Nazionale per lottare contro la violenza dei nazisti che imperversavano in Italia e contro il regime fascista. Aveva continuato le sue lotte anche dopo, per la sua comunità dell’Oltreserchio in primo luogo: in una delle sue tante battaglie, alcuni anni fa, era riuscito a dimostrare che la realizzazione di un depuratore in Oltreserchio sarebbe stata un fallimento, perché l’impianto sarebbe sorto su un cumulo di detriti interrati.
«Mio padre era nato in una famiglia povera - racconta la figlia Daniela Ghiri -. Ci diceva che da piccolo portava vestiti con le toppe. Era sempre stato un ribelle. Aveva dovuto indossare la divisa dei balilla, come tutti i bambini della sua epoca, ma non aveva mai voluto sentirne di marciare».
A diciassette anni, quando ricevette il foglio di chiamata per fare il militare, Renato non si smentì: odiava le imposizioni, il regime. Infatti decise di disertare, e dovette fuggire, nascondersi. «Chi disertava, se scoperto, veniva fucilato», spiega la moglie Giovanna, conosciuta quando la guerra era finita e lui era un giovane libero e lavorava come macchinista in ferrovia.
Fu durante la fuga per la diserzione che Renato decise di aderire al Cln. «Faceva il volantinaggio per depistare tedeschi e fascisti - racconta ancora la figlia Daniela -. Una volta rischiò davvero di essere fucilato. Da settimane viveva in un canneto con altri giovani partigiani. Ci fu una spiata: i tedeschi seppero dove si trovavano e arrivarono a cercarli. Il gruppo si divise. Mio padre trovò riparo in una stanza della sua casa: gli avevano ricavato un rifugio in soffitta, l’entrata era nascosta da un’immagine della Madonna. Giunto in quel nascondiglio, riuscì a salvarsi. Da lì sentiva i soldati che lo cercavano nella corte davanti casa. Intanto però i soldati avevano trovato l’altra metà del gruppo: fucilarono tutti quei giovani lì, sul posto. Tra loro anche Fulvio, fratello di latte di mio padre».
Di quegli anni da partigiano però Renato Ghiri amava poco parlare. Era iscritto all’Anpi e non molto tempo fa aveva rilasciato un’intervista alla presidente Rosalba Ciucci e depositato le sue memorie in associazione: voleva lasciare la sua testimonianza di quel periodo.
Ultimamente la salute era peggiorata, ma la mente era sempre lucida, lucidissima. «Il 25 aprile - riporta ancora la figlia Daniela - ha chiesto le cuffie per seguire in televisione le iniziative nel giorno della Liberazione. “Sono deluso - mi ha detto -. Mi dispiace lasciare questa realtà in cui ho creduto, per la quale ho lottato: non è quella in cui speravo”. Al referendum - aggiunge Daniela - aveva votato sì: voleva cambiare a tutti i costi».
A casa, nelle ultime settimane, sono andati in tanti a trovarlo. «Quattro giorni fa appena - racconta la presidente dell’Anpi - gli ho fatto visita. Abbiamo cantato insieme “Bella ciao”: aveva un filo di voce, ma era sempre molto presente. Alla fine della canzone ha anche alzato il pugno». «Lascia un grande vuoto sapere che Renato non sarà più nelle nostre fila, lui affezionato e grande sostenitore di tutta l’attività antifascista della nostra sezione, che non ha mai mancato di essere presente fin quando ha potuto. Siamo qui a raccogliere in silenzio il suo testimone e a continuare il suo compito, con chiara volontà», è il ricordo della sezione intercomunale di Lucca dell’Anpi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Mio padre era nato in una famiglia povera - racconta la figlia Daniela Ghiri -. Ci diceva che da piccolo portava vestiti con le toppe. Era sempre stato un ribelle. Aveva dovuto indossare la divisa dei balilla, come tutti i bambini della sua epoca, ma non aveva mai voluto sentirne di marciare».
A diciassette anni, quando ricevette il foglio di chiamata per fare il militare, Renato non si smentì: odiava le imposizioni, il regime. Infatti decise di disertare, e dovette fuggire, nascondersi. «Chi disertava, se scoperto, veniva fucilato», spiega la moglie Giovanna, conosciuta quando la guerra era finita e lui era un giovane libero e lavorava come macchinista in ferrovia.
Fu durante la fuga per la diserzione che Renato decise di aderire al Cln. «Faceva il volantinaggio per depistare tedeschi e fascisti - racconta ancora la figlia Daniela -. Una volta rischiò davvero di essere fucilato. Da settimane viveva in un canneto con altri giovani partigiani. Ci fu una spiata: i tedeschi seppero dove si trovavano e arrivarono a cercarli. Il gruppo si divise. Mio padre trovò riparo in una stanza della sua casa: gli avevano ricavato un rifugio in soffitta, l’entrata era nascosta da un’immagine della Madonna. Giunto in quel nascondiglio, riuscì a salvarsi. Da lì sentiva i soldati che lo cercavano nella corte davanti casa. Intanto però i soldati avevano trovato l’altra metà del gruppo: fucilarono tutti quei giovani lì, sul posto. Tra loro anche Fulvio, fratello di latte di mio padre».
Di quegli anni da partigiano però Renato Ghiri amava poco parlare. Era iscritto all’Anpi e non molto tempo fa aveva rilasciato un’intervista alla presidente Rosalba Ciucci e depositato le sue memorie in associazione: voleva lasciare la sua testimonianza di quel periodo.
Ultimamente la salute era peggiorata, ma la mente era sempre lucida, lucidissima. «Il 25 aprile - riporta ancora la figlia Daniela - ha chiesto le cuffie per seguire in televisione le iniziative nel giorno della Liberazione. “Sono deluso - mi ha detto -. Mi dispiace lasciare questa realtà in cui ho creduto, per la quale ho lottato: non è quella in cui speravo”. Al referendum - aggiunge Daniela - aveva votato sì: voleva cambiare a tutti i costi».
A casa, nelle ultime settimane, sono andati in tanti a trovarlo. «Quattro giorni fa appena - racconta la presidente dell’Anpi - gli ho fatto visita. Abbiamo cantato insieme “Bella ciao”: aveva un filo di voce, ma era sempre molto presente. Alla fine della canzone ha anche alzato il pugno». «Lascia un grande vuoto sapere che Renato non sarà più nelle nostre fila, lui affezionato e grande sostenitore di tutta l’attività antifascista della nostra sezione, che non ha mai mancato di essere presente fin quando ha potuto. Siamo qui a raccogliere in silenzio il suo testimone e a continuare il suo compito, con chiara volontà», è il ricordo della sezione intercomunale di Lucca dell’Anpi.
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