«Trovare se stessi volando ecco la filosofia di Nicola»
Parla Emiliano Galli, fratello del 37enne deceduto sabato dopo un lancio in Trentino «Anch’io mi sfracellai da quel salto e lui venne a salvarmi». Mercoledì i funerali
LUCCA. «Nicola era consapevole del rischio che correva, ma non era uno sprovveduto e tanto meno un malato di adrenalina». Emiliano Galli è il fratello maggiore del base jumper 37enne morto sabato in Trentino, dopo un lancio con la tuta alare dalle Pareti Zebrate di Pietramurata. È scosso per la scomparsa del fratello, ma trova la forza di parlare per un motivo semplice: onorare la memoria di Nicola e dare una rappresentazione veritiera della sua passione per il volo. Dopo un fatto del genere in molti hanno sentenziato (e qualcuno l’ha pure scritto su Facebook): «Se l’è cercata, è uno sport da matti». Scorciatoie del pensiero che non aiutano a capire cosa ci sia dietro l’amore per il volo. Emiliano, ex esperto base jumper e paracadutista, racconta la filosofia che condivideva col fratello. «Non siamo dei pazzi, tutt’altro – dice – Conosciamo e apprezziamo il dono della vita, ma abbiano una passione che va oltre le cose “terrene”. Chi pratica questo sport lo fa più per una ricerca spirituale, che per una botta di adrenalina. A spingerci giù da quelle altezze è la voglia di libertà, il desiderio di scoprire se stessi fuori dalle proprie abitudini. Tutti nella vita intraprendono un percorso di questo tipo e ognuno lo affronta a suo modo: noi lo facevamo così, volando».
Nicola era un signore dell’aria: il cielo era il suo elemento e il volo la sua naturale andatura. Si può dire che fosse cresciuto precipitando. Il primo lancio da un aereo l’aveva fatto ad appena 16 anni e da lì non si era più fermato, passando dal paracadutismo al base jumping in un continuo su è giù. Senza la terra sotto i piedi era suo agio, ma non era mai avventato: sapeva cosa c’era in gioco. L’aveva scoperto sulla pelle della sua famiglia, quando il fratello Emiliano rischiò la vita dopo un lancio dallo stesso punto in cui lui ha trovato la morte. «Era il 10 agosto del 2003 e ci buttammo insieme dal Becco dell’Aquila – racconta il Galli sopravvissuto – Prima di volare giù ci guardammo negli occhi, con la consapevolezza di quello che poteva accadere. Quella volta andò male a me. Ci fu un problema e mi sfracellai sulle rocce: fu Nicola a recuperarmi e a chiamare i soccorsi. Mi portarono in ospedale: avevo una gamba maciullata e i medici volevano amputarla. Lui fece il diavolo a quattro perché chiamassero un chirurgo dalla Germania che era in grado di aiutarmi. Ci riuscì. Se oggi riesco a camminare sulle mie gambe lo devo a lui».
L’incosciente è tutt’altro tipo di persona rispetto al coraggioso: il primo agisce cose senza avere idea delle conseguenze a cui andrà incontro. Il secondo, il coraggioso, è consapevole dei rischi che corre e delle sfide che si troverà ad affrontare. Ma non li rifugge. Nicola apparteneva alla seconda categoria: «Era molto metodico – dice Emiliano – e aveva riluttanza delle persone che praticavano base jumping solo per esibizionismo o per mettere un video da brivido su Facebook. Non accettava mai di fare il passo più lungo della gamba. E poi era esperto. Si lanciava da più di vent’anni e aveva migliaia di voli alle spalle, ma prima di un salto aveva sempre bisogno di isolarsi e di concentrarsi in solitudine».
Appresa la notizia dell’incidente mortale, Emiliano è andato su in Trentino con la sorella Claudia e con la fidanzata di Nicola, Beatrice Bellettini. «Abbiamo dovuto espletare le formalità burocratiche e scegliere la bara – racconta – Io e mia sorella siamo tornati a casa la sera stessa per stare vicino a nostra madre, mentre Beatrice è rimasta lì e oggi (ieri per chi legge, ndr) è tornata con la macchina di Nicola. I funerali? Speriamo di organizzarli per mercoledì pomeriggio nella chiesa di Colle di Compito, ma ancora non abbiamo la certezza, su quando arriverà il nulla osta. Saremo più precisi nelle prossime ore».
Su cosa sia successo durante il volo fatale di Nicola, Emiliano si è fatto un’idea parlando con Andrea Angarano, il base jumper trentino che quel giorno si lanciava assieme a suo fratello. «Nicola era partito da casa venerdì sera alle 21,30 – racconta – Era sua abitudine: ci teneva ad arrivare al mattino presto per i lanciarsi. Era ospite di Andrea e voleva provare una nuova tuta: il primo lancio del sabato mattina era andato bene e così erano tornati in cima al Brento per un secondo volo. Lì è successo qualcosa: da quel che ho capito c’è stato un inconveniente nel momento in cui doveva tirare il pilotino per l’apertura del paracadute. È andato in autorotazione ed è precipitato».
Il volo di Nicola si è concluso tra i filari di un vigneto, a pochi metri dalla strada. Un uomo che abita a pochi metri dal luogo dell’impatto ha raccontato al Trentino di averlo visto con la coda dell’occhio, sfrecciare come un proiettile. Poi di ha udito un botto talmente forte da pensare a uno scontro tra auto. Invece si trattava del povero Nicola piovuto dal cielo: «Non me l’hanno fatto vedere – racconta Emiliano – Sul casco aveva le telecamere ma sono andate completamente distrutte. Io e mio fratello siamo cresciuti insieme e insieme abbiamo fatto tutto: dai lanci, al conservatorio, passando per gli sport da combattimento. Perderlo è un dolore enorme». Nicola da qualche tempo era andato ad abitare a Peccioli con la fidanzata Beatrice: vivevano in una bella casa sulle colline con tre splendidi cani. «Amava la vita all’aria aperta», dice il fratello. E non poteva essere altrimenti.
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