Il presidio
Ritorna a casa il cacciatore che sparò a Barsi
A 43 giorni dalla sentenza di condanna a 12 anni di reclusione concessi dal giudice gli arresti domiciliari a Marco Zappelli
COREGLIA. Quarantatre giorni dopo la sentenza che lo condanna a dodici anni e due mesi di reclusione per tentato omicidio di Gianfranco Barsi, il cacciatore di Ghivizzano ottiene gli arresti domiciliari. Una richiesta legittima in quanto la condanna non è definitiva (siamo al primo grado di giudizio) e i termini della custodia cautelare erano scaduti l’11 gennaio. L’istanza - presentata già il 20 dicembre scorso dai legali dell’imputato (Paolo Mei e Vincenzo Locane) - ieri mattina ha ottenuto piena attuazione: Marco Zappelli, 58 anni, che il 7 novembre 2015 esplose tre colpi di fucile all’indirizzo di Barsi e del figlio Riccardo, 19 anni, nella piccola frazione di Vitiana, è uscito dal penitenziario di San Giorgio e continuerà a scontare la pena ai domiciliari. Un tuffo al cuore per la famiglia della vittima precipitata nello sconforto. Gianfranco Barsi rimarrà tetraplegico e, per il resto dei suoi giorni, avrà bisogno di un’assistenza e di cure continue. «Quando il mio legale (l’avvocato Alessandro Garibotti) me lo ha comunicato non volevo crederci» racconta amareggiata Nadia, la moglie dell’uomo ridotto in fin di vita dalle fucilate esplose per futili motivi dal cacciatore in seguito ad una banale lite per il passaggio sulla proprietà di Barsi. «È stato un fulmine a ciel sereno: mi si sono sentita presa in giro. Per una persona semplice come me è inconcepibile il funzionamento di questa giustizia. Chi fa le leggi tutela più il responsabile che la vittima. Mentre io sto combattendo contro l’Asl per avere un fisioterapista per mio marito, lo Stato fa uscire di prigione una persona che per un gesto di follia ha distrutto per sempre una famiglia. Ma in che mondo viviamo? Quale futuro lasciamo ai nostri figli. Se così stanno le cose ognuno può imbracciare un fucile e sparare a chi non gli va rischiando poi di finire in carcere un anno, al massimo un anno e mezzo e poi tornarsene a casa. Guardi, quando l’ha saputo mio figlio è rimasto impietrito dalla paura. Teme, un giorno o l’altro, di rivederselo davanti. E allora potrebbe non sbagliare mira».
Nessun perdono. Nadia Barsi, costretta a lasciare il lavoro per poter prendersi cura del coniuge, rincara la dose: «Credevamo che con il rito abbreviato e gli altri sconti che consente la normativa quell’uomo non potesse usufruire di altre agevolazioni. Ci sbagliavamo: è una battaglia persa. Perdono? È un atto di umanità e di generosità che si può concedere a chi, realmente, vuol espiare la pena e chiede umilmente scusa. Ma l’autore del crimine prima dell’ultima udienza, quando ha fatto una dichiarazione al giudice in cui ha detto di essere dispiaciuto per la sofferenza arrecata a mio marito, per oltre un anno non si era mai fatto vivo anche per interposta persona chiedendo scusa e cercando anche di addivenire ad un risarcimento per le spese dei ricoveri a cui andiamo incontro. Il suo silenzio non merita la nostra pietà».
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