Dal Pci a Slow Food: le mille storie dei Diavoletti
In un libro i 70 anni della Casa del Popolo di Camigliano, l’unica della Lucchesia
CAPANNORI.. Silvano De Luca è uno “splendido novantenne” di Camigliano. Se andate a cercarlo e chiedete di lui riceverete solo alzate di spalle e una serie di «non lo conosco». Ma se parlate del “Partigiano”, tutti sapranno dirvi dove abita: non un soprannome, ma un modo di essere. E di vivere la politica orgogliosamente da una parte. Ma anche di costruire qualcosa: come l’unica casa del popolo mai esistita in Lucchesia, quella che nel corso di settant’anni si è trasformata poi nei “Diavoletti” di Camigliano. A raccontarne la storia è Francesco Cecchetti, in un volume pubblicato da Tagete edizioni e intitolato per l’appunto “I Diavoletti”.
Una ricerca, basata soprattutto su fonti orali, a partire appunto da de Luca, unico superstite del gruppo che nel 1959 firmo davanti a un notaio lo statuto della “Società semplice Rinascita” (oggi trasformata in cooperativa) che avrebbe costruito e dato vita all’esperienza dei Diavoletti. Con lui c’erano Narciso Marsalli (primo presidente della società), Giuseppe Marcucci, Callisto De Luca ed Enrico Sodini, storico esponente del Pci camiglianese e consigliere comunale a Capannori fino al 1975.
Ma i Diavoletti hanno radici più antiche. Bisogna risalire agli anni della guerra e all’unione fra un gruppo di antifascisti locale e una trentina di sfollati dalla Versilia. Il loro bisogno di un luogo dove incontrarsi venne soddisfatto dal “Pianeta”, a pochi passi dalla successiva sede dei Diavoletti. Qui - racconta Cecchetti - «ci si incontrava, si facevano riunioni, si iniziava a leggere l’Unità e si ballava; il banco del bar era stato recuperato proprio dall’ex casa del fascio. Come la pensavano politicamente i frequentatori del Pianeta, ricorda De Luca, era ben visibile: sul tetto c’era un grande cassettone con sotto una luce; quando la sera veniva accesa, tutta Camigliano vedeva una falce e martello».
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Anni di scontro duro, quelli del Secondo dopoguerra. E non facili per i comunisti e la sinistra a Capannori, enclave bianchissima della già bianca Lucchesia. Don Camillo e Peppone, ma a ruoli e contesti rovesciati: perché nei libri di Guareschi (e nei film con Giono Cervi e Fernandel) era il parroco che parlava con il Crocifisso a essere “in minoranza” nella Brescello bolscevica. A Capannori, invece, erano i comunisti a vivere in un ambiente ostile. «Nell’immediato gli eccessi verbali erano frequenti: ad esempio la domenica, quando chi era stato a Messa apostrofava i comunisti che invece erano al circolo. Dopo il 1968, poi, tutto si è molto smussato». Allora, però, con il mondo diviso in due, i frequentatori del circolo venivano chiamati “i diavoli”. Nomignolo poi trasformato in “Diavoletti”, così forte e simbolico che avrebbe marchiato per sempre non solo il locale, ma anche la località stessa.
Il “Pianeta” fu teatro degli sconvolgimenti del dopoguerra: lo choc delle elezioni del 1948, la morte di Stalin nel 1953. Ma proprio in quel periodo aumentava l’impegno e la partecipazione all’attività politica. E nel 1959, come detto, la nascita della Società Rinascita fu solo il preludio dell’acquisto del terreno dove il 1° maggio del 1963 fu aperto il nuovo circolo.
Anni di eroismo e abnegazione, quelli. Con i soci che, dopo aver finito di lavorare, andavano a fare i volontari al bar aprendolo dalle 19 all’una di notte. Poi c’era la sala riunioni sul retro: i militanti arrivavano da tutta la Lucchesia, visto che si trattava dell’unica Casa del popolo al di qua del monte di Quiesa. Come per tutti i luoghi vivi e vissuti, la storia e le piccole storie dei Diavoletti si è intrecciata mille volte con la “grande” stori. Succede, ad esempio, a ridosso del Sessantotto, con il risveglio della “coscienza di classe” che per queste zone era soprattutto quella degli operai dei calzaturifici: un settore allora fiorente, con oltre 100 aziende, prime della desertificazione degli ultimi trent’anni. Nel 1967 nacque ai Diavoletti il “Comitato di Lotta”. E nel 1969 il circolo fu l’epicentro (e il punto di arrivo) del corteo da Lucca a Segromigno che unì operai e studenti.
Ma anche le vicende internazionali trovarono qualche deviazione per arrivare a Camigliano. Non solo per i dibattiti,ma anche per i gesti concreti: come quando qui furono ospitati per qualche mese quattro cileni scappati dal loro Paese dopo il colpo di stato di Augusto Pinochet.
Gli anni Ottanta portarono a un rilancio dei Diavoletti, con la nascita della Cooperativa Rinascita e l’ampliamento della sede. E nel 1984 la svolta “culinaria”: la gestione fu data a Lido e Pierluigi Martini, che portarono avanti (soprattutto per opera di Lido) la riscoperta dei sapori e dei piatti tipi della nostra tradizione. Le novità del decennio si conclusero con l’ampliamento della sede, progettato da Bruno Belluomini, architetto e storico capogruppo consiliare del Pci a Capannori.
Ma il “decennio del riflusso” si chiuse con un’altra svolta, che bussò fortissima alle porte del circolo: la fine del blocco dell’Est e, soprattutto, la proposta di Achille Occhetto di cambiare il nome al partito comunista. Proprio ai Diavoletti si tenne un drammatico comitato federale che aderì alla svolta della Bolognina - non senza sofferenze e distinguo.
Se veniva meno la roccia comunista sulla quale il circolo si era fondato, «si imponevano però - spiega Cecchetti - nuove istanze». Già dagli anni Ottante il locale era sede di un circolo Arci. Poi si aggiunsero Legambiente, il patronato Inac. E, insieme alle attività tradizionali come le gite e le tombole, si spinse molto sugli eventi culturali.
Ma soprattutto, ricorda Cecchetti, avvenne la vera svolta culiniaria: «Importantissimo fu il lavoro svolto da Paola e Alda Bosi, che in poco tempo fece diventare I Diavoletti un punto di riferimento del progetto Slow Food. Al punto che nel 2012 questa è diventata l’unica osteria di Capannori a fregiarsi della “chiocciola” del movimento di Carlin Petrini».
Dal bar con il ritratto di Stalin dietro il bancone ai prodotti biologici, i Diavoletti hanno vissuto e tradotto in pratica settant’anni di storie (e contraddizioni) della sinistra. All’insegna di tre concetti chiave, come sintetizza Enrico Cecchetti, padre di Francesco, assessore al Comune di Lucca e presidente da trent’anni della coop Rinascita: «Territorio, locale e mondo. Tre parole chiave che rappresentano un filo conduttore unitario di periodi storici così diversi».
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