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Bocciata Valore Il Comune non paga i quaranta milioni
Respinto dal Tar il ricorso dell’impresa di Valentini per lo stop al piano attuativo del Parco di Sant’Anna
LUCCA. Il Comune di Lucca non dovrà pagare alla società Valore di Prato (ora fallita) i 40 milioni di euro che erano stati richiesti come risarcimento per l’azzeramento del progetto del Parco Sant’Anna, lungo viale Einaudi. Lo ha deciso il Tar di Firenza alla quale la curatela della società immobiliare - un tempo guidata da Giovanni Valentini - si era rivolta per ottenere l’annullamento delle delibere che avevano “ritoccato” il piano strutturale e, contemporaneamente, cancellato il piano attuativo che Valore aveva presentato nel 2005 e che nell’aprile del 2007 era stato adottato dall’allora commissario prefettizio Francesco Lococciolo, senza però mai arrivare a conclusione dell’iter di approvazione.
Nel frattempo, infatti, si erano registrate due importanti novità. La prima fu l’inchiesta della procura di Lucca che aveva messo a soqquadro la politica (con l’indagine sull’allora sindaco Mauro Favilla e sull’assessore Marco Chiari) e il mondo politico e professionale della città. Inchiesta finita, è vero, con una raffica di assoluzioni: definitive per Favilla e Chiari, mentre per quelle di Valentini, Maurizio Tani, Andrea Ferro, Sauro Doroni e Luca Antonio Ruggi è in corso l’appello a Firenze. Ma nonostante questo il Comune aveva deciso - e siamo al secondo punto di svolta - di tirare un freno all’ubriacatura urbanistica. Anche perché i volumi di nuova edificazione previsti dal piano strutturale erano stati ampiamente superati. Così, a marzo del 2012, il progetto per 200 appartamenti, albergo, ristorante e sala cinematografica era stato fatto decadere.
L’architetto Valentini ha sostenuto, proprio sul Tirreno, che fu questo atto del consiglio comunale a sancire il fallimento di Valore. Da qui la richiesta di un maxirisarcimento, calcolato proprio a partire dal valore di 18 milioni e mezzo che la procura aveva dato ai terreni di Sant’Anna quando li aveva sottoposti a sequestro preventivo. Questa cifra base era stata poi moltiplicata per arrivare a “simulare” il guadagno che Valore prevedeva di poter avere dalla vendita degli immobili, una volta realizzati.
Il fulcro della questione, portato avanti per Valore dall’avvocato Giuseppe Toscano, era se, dopo l’adozione del piano attuativo da parte del commissario prefettizio, l’approvazione definitiva ne dovesse discendere in maniera pressoché automatica.
I giudici del tribunale amministrativo regionale hanno escluso questa eventualità, aderendo così alle tesi di Giuseppe Morbidelli, avvocato difensore del Comune e, come Toscano, uno dei massimi esperti di procedura amministrativa in Italia.
Secondo la sentenza del Tar, «il piano in questione era stato solamente adottato dall’amministrazione e, dunque, in capo alla ricorrente (cioè a Valore, ndr.)poteva configurarsi solo un “affidamento di fatto” insuscettibile, cioè, di tutela giuridica». In sostanza non poteva esserci alcuna assicurazione, basata su basi di diritto, che il piano sarebbe stato approvato in via definitiva. E questo - proseguono i giudici - indipendentemente dal fatto che le previsioni di edificazione dle progetto Valore facessero “saltare” completamente gli indici del piano strutturale: «pur in presenza di un provvedimento di adozione delo strumento urbanistico attuativo, non v’è obbligo per l’amministrazione di disporne l’approvazione, pure nell’ipotesi di conformità agli atti pianificatori generali essendo l’approvazione medesima sempre espressione di potere discrezionale dell’organo deputato a valutare l’opportunità». In sintesi, il Comune (e nello specifico il consiglio comunale) ha il potere di non approvare un piano già adottato, rientrando questa possibilità all’interno della sua discrezionalità.
Rimane, ovviamente, a Valore un’ultima possibilità: un ricorso al Consiglio di Stato.
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