Il Tirreno

Lucca

In tre anni dal degrado alla rinascita

In tre anni dal degrado alla rinascita

A dicembre 2013 il grido d’allarme sulle condizioni del complesso

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LUCCA. Era dicembre 2013 quando Il Tirreno titolava “Il chiostro va in malora e lo Stato se ne dimentica”. Il chiostro in questione, ovviamente, è quello di Sant’Agostino. Che ormai dieci anni fa, fra 2006 e 2007 veniva lasciato dall’ultimo occupante, le Acli che lì stavano dal Secondo Dopoguerra. Il motivo? Lo stesso di tanti altri abbandoni di luoghi storici del centro: il canone di affitto troppo alto. Con la differenze che in questo caso il padrone di casa era il Demanio, cioè lo Stato. Che non aveva nemmeno accettato la richiesta delle Acli di comperare il complesso a un prezzo “politico”. Il risultato erano stati anni di abbandono, durante i quali erano andati in malora anche tutti i lavori fatti negli anni per ospitare la sede dell’associazione cattolica, del suo patronato e dell’agenzia formativa Enaip.

Con il tempo aveva chiuso anche l’InKiostro, il pub che era stato ricavato all’interno del colonnato e che era stato, fra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, uno dei primi locali di questo tipo ad aprire i battenti in centro storico.

Lo stesso giorno della pubblicazione del nostro articolo, che riportava le pessime condizioni del chiostro, del giardino e dei due piani del complesso, venimmo a sapere che in realtà, da pochissimo, qualcosa si era mosso. La Provincia di Lucca, ai tempi guidata da Stefano Baccelli, si era infatti fatta avanti alla fine di novembre per ottenere dal Demanio il trasferimento del bene. Si tratta di una possibilità prevista dal cosiddetto “federalismo demaniale”, basata sull’idea di trasferire agli enti locali beni che lo Stato non ritiene più essere di proprio interesse. Una procedura non agevole, visto che per beni come Sant’Agostino (inserito nel demanio storico-artistico) serve un accordo di valorizzazione. Proprio sulla definizione di questo accordo i tempi si sono allungati. Alla fine la Provincia, per evitare che tutto rimanesse impantanato nell’ennesima pastoia fatta di burocrazia e cavilli, ha scelto una strada “parallela”: ottenere cioè in concessione una gran parte dell’immobile per partire comunque con i lavori. Anche perché il Liceo musicale aveva bisogno di una nuova sede. Una volta firmata la convenzione, però, si è posto il problema dei finanziamenti. Parte era assicurata dalla Fondazione. Parte doveva arrivare dalla Banca europea degli investimenti. La Provincia voleva dividere quindi le opere in due lotti, ma la Regione si mise di mezzo. Alla fine i soldi sono arrivati, e tutti insieme. I lavori sono partiti a inizio 2016, con circa un anno di ritardo sulla tabella di marcia. Ma la celerità dell’impresa e il fascino del risultato ha senz’altro ripagato dell’attesa. E ha restituito alla città uno dei suoi tanti gioielli. (l.c.)

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