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«Disoccupati e senza una casa dopo 25 anni di lavoro in Italia»
LUCCA. «Da oggi (ieri, per chi legge, ndr) siamo senza un posto dove dormire. Siamo persone oneste, non abbiamo mai avuto problemi con la giustizia. Abbiamo lavorato per anni in Italia, ma la ditta...
LUCCA. «Da oggi (ieri, per chi legge, ndr) siamo senza un posto dove dormire. Siamo persone oneste, non abbiamo mai avuto problemi con la giustizia. Abbiamo lavorato per anni in Italia, ma la ditta ha chiuso e ci ritroviamo così». Busan Hasa, 53 anni, albanese con la cittadinanza italiana e Moussa Lehyout, marocchino di Marrakech, 61 anni e una carta di soggiorno illimitata in Italia, esibiscono i loro documenti a prova della verità che raccontano. Sono due fra i tanti che un tetto per dormire non ce l’hanno. «Dove dormiremo? - si domandano - Forse in stazione, anche se la sala d’aspetto viene chiusa ci sono altri angoli». È scaduto, così è stato loro spiegato, il periodo in cui hanno potuto usufruire dell’accoglienza presso il dormitorio della Croce Verde: ci sono rimasti tre mesi. «Abbiamo un regolamento - spiega Elisa Ricci, vicepresidente dell’associazione -. In realtà gli ospiti non potrebbero trattenersi oltre un mese, quando c’è posto prolunghiamo. Ma non era più possibile. Il dormitorio è saturo da mesi. Nella nostra struttura negli ultimi dieci anni la richiesta è aumentata e si è alzato il livello di età».
La loro situazione di indigenza, spiegano i due uomini, è nata dalla perdita del lavoro. «Sono venuto in Italia nel 1991 per lavorare - racconta Hasa -. Ho fatto il saldatore, l’operaio nel campo della bonifica dall’amianto. Tanti lavori, tutti onesti. Con i quali riuscivo a vivere e a mantenere la mia famiglia. Ma dal 2013 sono disoccupato: la ditta dove lavoravo ha chiuso all’improvviso e mi sono ritrovato senza niente. Ho fatto di tutto pur di lavorare. Una volta mi sono infortunato sul lavoro: non mi sono fatto fare nemmeno il certificato, avevo troppa paura di perdere il posto. Mi assumevano anche con contratti di un giorno, di un mese. Sono cittadino italiano da undici anni: anche io con il mio lavoro ho prodotto qualcosa per l’Italia». E così Moussa Lehyout: «Sono in Italia dal 1991 - racconta -, regolare dal ’96. Ho lavorato a lungo nei calzaturifici nelle Marche. Poi è arrivata la crisi e ho perso il lavoro. Ho preso il brevetto di assistente chef, ma sono riuscito solo a trovare posti come lavapiatti. Adesso neanche quelli». (b.a.)
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