Il presidio
Porcari, in tanti per dire addio al piccolo Gabriele
In chiesa tanto dolore per il bimbo ucciso dalla meningite La sera di San Silvestro pochi bòtti, per rispetto della famiglia
PORCARI. Questo fine d’anno assurdo, tragico, con poca o nessuna voglia di festeggiare è finalmente dietro le spalle. Sabato sera a Porcari sono stati pochi i bòtti esplosi. Troppo vicino il dolore per la morte di Gabriele, il bambino di 22 mesi stroncato da un attacco fulminante di meningite fra il 28 e il 29 dicembre. E troppo vicino, soprattutto, il funerale con il quale sabato mattina i familiari e tutta la comunità hanno salutato il piccolo.
Le prime persone hanno cominciato a salire la “Ruga”, davanti alla chiesa parrocchiale di San Giusto, già alle 11, mezz’ora prima dell’orario fissato per l’inizio della cerimonia. Sono arrivate ragazzine con i jeans strappati ad arte, uomini intabarrati nella giacca a vento e donne con il volto dietro i foulard per difendersi dal freddo pungente. C’era una suora, che sale a fatica e si ferma a parlare con un gruppo di anziani davanti alla scalinata della chiesa. Ci sono famiglie con i bimbi piccoli che hanno strappato un’ora all’imperativo del divertimento obbligatorio di Capodanno.
Poco lontano alcune mamme discutevano su cosa fare con la festa già fissata per i bambini per salutare il 2016: «Ho già chiamato per disdire. Non succederà mai niente, ma se poi succede qualcosa...». Oltre al dolore, la morte di Gabriele ha lasciato questa eredità più subdola: la paura della malattia, del killer che colpisce silenzioso, in poche ore. Di un morbo del quale finora si era letto soltanto sul giornale, o su Internet. E che mai era stato così crudele (se si può stilare una classifica del genere) da chiedere il sacrificio di una piccola vita. Stavolta il menigococco ha colpito dietro casa, nel cuore di una comunità che è abituata a stare insieme: a scuola, nei posti di lavoro, nei luoghi di aggregazione sociale. In serata il sindaco Alberto Baccini (che in questi giorni è stato vicino alla famiglia e che era in chiesa sabato mattina) ha raccontato su Facebook che un padre con un bambino e una banconota in mano hanno bussato alla sua porta, spiegando che volevano usare quei soldi, anziché per comprare i petardi, per donare qualcosa in memoria di Gabriele.
Un cuore grande, che starà accanto ai genitori di Gabriele, distrutti dal dolore in chiesa, a pochi passi dalla piccola bara bianca e dai due palloncini, gialli e rossi, che spiccavano proprio davanti all’altare. A officiare don Americo Marsili, che sceglie il vangelo di Giovanni dove si parla di Lazzaro. Una cerimonia asciutta, senza fronzoli. Nella sua omelia don Americo cerca le parole migliori per quello che appare – anche agli occhi di chi crede – un evento assurdo, senza senso. »Forse Dio ha voluto un sorriso di più in cielo», dirà nella sua omelia. Rendendosi conto che comunque «queste parole non possono sgretolare il muro di dolore che i familiari e tutti noi abbiamo dentro». Il dolore percorre la chiesa, dal sindaco ai conoscenti del piccolo, ai volontari, agli uomini delle onoranze funebri. Al momento dello scambio del segno di pace don Americo scende verso la prima fila e stringe in un abbraccio lungo, lunghissimo, la mamma di Gabriele. Tutta la chiesa sembra trattenere il fiato, come se il tempo si fosse fermato intorno a quelle due persone - la mamma e il parroco - abbracciate quasi volessero proteggere il ricordo di un piccolo «che aveva appena toccato il nostro mondo».
È un funerale, ma è un funerale di un bambino. E allora non pare fuori luogo la scelta del canto finale, caduta su “Tu scendi dalle stelle”. Note, musica e parole che si confondono con il pianto dei familiari, della nonna, della mamma, di chi non vuole staccarsi fisicamente dalla piccola cassa di legno bianco.
Fuori, alla luce di un sole freddo, un appaluso accoglie l’uscita del feretro, in questo assurdo, terribile fine anno che ha segnato tutta la Lucchesia.
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