Il Tirreno

Lucca

Piloti morti nel rally, il consulente del pm: "Potevano essere salvati"

di Luca Tronchetti
Valerio Catelani e Daniela Bertoneri
◗
Valerio Catelani e Daniela Bertoneri

Lucca: nel processo per l'incidente del 2012 l’ingegner Capitani sostiene che 30 secondi dopo l’incidente transitò un’altra vettura. "Se fossero stati soccorsi subito si sarebbero salvati"

2 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Pilota e navigatore potevano salvarsi. Se l’auto transitata trenta secondi dopo l’uscita di strada della Peugeot 207 Super - condotta dalla coppia Valerio Catelani, 38 anni, di Massa e Daniela Bertoneri, 35 anni, di Seravezza - si fosse fermata per soccorrere i due driver, quel 22 luglio del 2012 durante il rally Città di Lucca, non si sarebbe consumata la tragedia.

Lo ha ribadito in aula davanti al giudice Stefano Billet, durante il processo che vede imputate 11 persone accusate a vario titolo di omissione di soccorso e omicidio colposo, il consulente del pubblico ministero, l’ingegnere Renzo Capitani, in merito all’avvicendamento delle vetture nel tratto in cui il bolide della coppia di piloti finì fuori strada per l’assenza del muretto di sostegno in cemento di una curva abbattuto in precedenza. Assenza di presidio che il responsabile della sicurezza del tracciato e le macchine apripista con i numeri 0, 00 e 000 nel loro giro di ricognizione non segnalarono alla coppia Catelani-Bertoneri. «Trenta secondi dopo l’incidente transitò un’altra vettura da rally che non si fermò». In quel frangente intervenendo i piloti sarebbero usciti vivi dall’abitacolo.

E il testimone dell’accusa, Gianluca Caldani, esperto e vincente pilota del rally, transitato oltre due minuti dopo l’impatto della Peugeot, in aula ha raccontato di essersi fermato e aver provato con il suo estintore, rivelatosi insufficiente, a spegnere le fiamme senza essere riuscito nell’intento. Quindi, per l’accusa, le auto che avevano seguito la coppia Catelani-Bertoneri e preceduto la vettura di Caldani avrebbero responsabilità di omesso soccorso.

Che il decesso dei due rallysti sia da imputare ad asfissia causata dal fumo tossico sprigionatosi nell’abitacolo avvolto poi dalle fiamme è dimostrato dall’esame autoptico eseguito dal medico legale Stefano Pierotti consulente della pubblica accusa. Dall’esame dei cadaveri non sono emerse fratture craniche, lesioni o patologie compatibili con il decesso. Niente morte all’istante quindi per i due piloti. Il processo riprenderà il 19 gennaio. Entro marzo è attesa la sentenza. Anche se, per i piloti accusati di omissione di soccorso, la prescrizione (5 anni) è dietro l’angolo.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera