Italia
Il centro è fuori equilibrio
Strade pienissime di negozi e altre vuote: occorre il piano delle funzioni
LUCCA. Via Fillungo o strade adiacenti: alle catene in franchising non piace altro. E soprattutto piace il tratto fra Canto d’Arco e l’intersezione con via Mordini: qui si contano (come già rilevato da un precedente nostro servizio) settanta attività, solo diciotto delle quali sono negozi di tradizione.
Via Fillungo piace alle griffe nazionali e internazionali anche per una questione di dimensione dei fondi: in questa area storicamente “nobile” del tessuto commerciale lucchese, i locali commerciali sono più spesso ampi (e più spesso gli affitti sono alle stelle) e hanno l’affaccio su una delle strade più ampie. Infatti, dopo via Fillungo, le vie “minori” più appetite dalle catene sono via Buia (sei franchising su diciassette attività, concentrati nel tratto più vicino a via Fillungo) e via Cenami (cinque franchising su quindici attività allo stato attuale, come riporato nella tabella a fianco).
È il risultato della nostra inchiesta sul rapporto fra presenza di negozi privati e di tradizione nel centro storico e punti vendita in franchising. Una relazione controversa: se è vero che i franchising di qualità sono stati ben accolti dai commercianti lucchesi perché possono rappresentare un motivo di attrattiva in più, dall’altra non è piaciuto il dilagare di quelli più comuni e di qualità inferiore, perché vanno a svilire e a omologare - questa le tesi più volte ribadita - il centro storico lucchese a quello di qualsiasi altra città.
C’è da evidenziare però - è lo testimonia una mappatura fatta direttamente “campo” che nel centro storico, in tante strade dove i punti vendita in franchising sono assenti o in quantità limitata, si vive un clima di desolazione.
Esempi? Via Veneto nel tratto fra piazza San Michele e piazza Napoleone: tredici attività in tutto e nessuna “catena”. Ma anche diversi fondi vuoti, a partire da quello lasciato dalla farmacia Baldi, trasferita all’Esselunga di San Concordio.
Altro esempio: via Vittorio Emanuele. Desolazione a mille: un solo negozio vero e proprio praticamente rimasto, in fondo alla strada con l’affaccio in piazza della Magione. Per il resto, resistono solo bar, parrucchieri, una lavanderia, un pubblico esercizio: probabilmente l’apertura del supermercato Conad, in programma per sabato 10 dicembre, porterà una ventata di vitalità a una strada semideserta e semibuia, dove hanno chiuso nel corso dei mesi più pubblici esercizi.
In via Calderia invece quello che emerge è una prevalenza schiacciante del settore food rispetto ai negozi veri e propri. Praticamente in sequenza sui due lati della strada si “guardano” Green, Rewine, il Caffè Dersut, una pizzeria e un alimentari gastronomia. È durata poco l’esperienza dell’ulteriore pubblico esercizio I love Murtadell: ma ci sono le voci che tra non molto nello stesso locale dovrebbe arrivare un nuovo pubblico esercizio.
Mantengono più equilibrio nel rapporto fra negozi e pubblici esercizi altre strade nel cuore del centro storico: come via Cenami, dove l’appeal per le catene in franchising non è tutto sommato calato (anche se alcune se ne sono andate negli ultimi mesi) e dove i negozi convivono con i ristoranti senza esserne “schiacciati”.
Altre considerazioni merita via Buia: la vicinanza di via Fillungo è il migliore toccasana, che supplisce anche a chiusure eccellenti come quella recente delle pelletterie Chelini richiamando in tempi molto ristretti nuovi candidati a occuparne i fondi (in quello di Chelini ha aperto il secondo punto vendita in città il marchio napoletano di calzature Otisopse con vari negozi in tutta Italia).
Un ragionamento a parte per via San Paolino, che a dispetto delle penalizzazioni sofferte nel corso degli anni (il periodo non lontano in cui era stato rimosso il punto di approdo dei bus turistici da piazzale Verdi per fare un esempio) tutto sommato tiene e con una sua personalità: quella del negozio piccolo, pochissimi franchising ma molti, anche in questo caso, esercizi del settore food.
Tanti elementi, caratteristiche unificanti ma anche disaggregate: non si riceve, dalla mappatura condotta, l’immagine di un centro storico equilibrato.
Troppi scollamenti a distanza di pochi metri, troppi cambi di scenario (fra via Fillungo e la piazzetta San Carlo c’è un numero esiguo di passi eppure la piazzetta è praticamente priva di negozi e pubblici esercizi ormai, oppure il brusco passaggio tra via Fillungo e Chiasso Barletti, dove non è mai stato risolto il dilemma della strada “abbandonata” nonostante che si affacci su quella più blasonata dell’intero centro storico), troppe concentrazioni di esercizi che vendono o somministrano cibo e bevande.
A rimettere ordine in questo contesto può riuscire solo uno studiato piano delle funzioni del centro storico: un piano atteso ma del quale ancora non si hanno riscontri concreti.
Perché nonostante tutti i “difetti” che gli vengono riconosciuti il centro storico mostra - anche questo è un tratto che emerge dal nostro reportage in tre puntate - tantissime risorse. E nonostante tutto conserva il suo fascino, in particolare su turisti e visitatori dei giorni di festa.
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