Il Tirreno

Lucca

Per la grande mostra il Lu.C.C.A. scommette su Beatrice Gallori

di Paola Taddeucci

Diplomata al Polimoda, toscana: esporrà fino a febbraio 2017 Per realizzare le sue opere si ispira al movimento cellulare

3 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Un'artista giovane. Toscana di Montevarchi. E donna. Le sue opere oggi occupano gli spazi che di volta in volta hanno ospitato, tra gli altri, le tele di Lucio Fontana, i quadri di De Chirico, le foto di Henri Cartier-Bresson. Nomi famosissimi, insomma, a confronto di Beatrice Gallori, che dal 3 dicembre al 5 febbraio espone al Lu.C.C.A di via della Fratta per la nuova mostra dell'inverno. Una svolta solo apparente per il museo-centro d'arte contemporanea diretto da Maurizio Vanni, curatore dell'esposizione insieme con Luca Beatrice. Se è vero che Vanni ci aveva abituato ad avere a che fare con le celebrità, è altrettanto vero che non ha mai tralasciato gli attuali talenti emergenti, affiancando le loro esposizioni alle mostre di richiamo. In questo caso il richiamo è lei, Beatrice Gallori, minuta quanto potente artista della nostra contemporaneità, ancora poco nota al grande pubblico, ma non agli esperti come Vanni, Beatrice e numerosi galleristi. Per il Lu.C.C.A l'artista di Montevarchi – 38 anni, maturità classica e diploma al Polimoda di Firenze - ha pensato a otto installazioni con un unico filo conduttore, quasi una narrazione che si sviluppa in otto momenti. Impossibile definire ciascuna installazione che a volte sembra un quadro, altre una scultura e altre ancora una scenografia, ma anche tutto questo insieme e pure qualcos'altro: c'è la tela come in un dipinto, il tessuto di una scenografia, le sinuosità di una scultura, il rumore dell'acqua, il gioco degli specchi, il movimento, la staticità, il rilievo, l'imperfezione, il poco, l'eccesso. Tutto così diverso, ma nello stesso tempo simile per la monocromia – il rosso, il nero, il bianco - e le forme rigonfie a blob. Del resto la mostra si chiama “Core”, che Gallori ha preso dal linguaggio scientifico: “core” come nucleo, termine con cui nell'informatica si intende una parte del microprocessore, insieme al package che lo contiene. È l'infinitamente piccolo, per far capire l'infinitamente grande, quello che interessa all'artista toscana, i cui precedenti lavori avevano già un titolo mutuato dalla scienza: “The Cell”. «La mia ricerca – spiega l'autrice - si basa sullo studio del movimento. Ricreo sulle opere il time lapse di un movimento, tendenzialmente di cellule vitali, fermandolo nel divenire. Le mie opere indagano la vita e i suoi infiniti cambiamenti. Con “Core” mi sono divertita a cercare il vuoto, il pieno, ciò che non si vede, che c'è, quello che ancora non c'è, che potrebbe accadere o no. È uno studio sulla cellula nuda e cruda, su quello che porta con sé e sull'informazione che veicola sui nostri corpi e a volte li condanna». Vanni inquadra il lavoro di Gallori nel «momento più interessante e imprevedibile» vissuto dalle arti visive negli ultimi venticinque anni. «La realtà, privata di qualunque elemento interpretativo in grado di garantirne la coerenza – dice - lascia il posto a coloro che non vogliono alluderla o narrarla, ma ricrearla ex novo attraverso una pluralità di codici plausibili. Beatrice Gallori riparte dalla molecola, non come operazione atavica e regressiva, ma per ritrovare nel concepimento del tutto relazioni capaci di ricostruire un nuovo mondo visivo. ”Core” non è la risposta – conclude - ma l'unica via possibile». Apertura dalle 10 alle 19 tutti i giorni (eccetto il lunedì). Ingresso 7 euro.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Nel Pisano

Rave party non autorizzato a Santa Luce, oltre 2mila persone nel bosco: scatta il piano di sicurezza – Video

di Matteo Scardigli