Il Tirreno

Lucca

«Le catene hanno cambiato le regole del nostro mercato»

di Flavia Barsotti
«Le catene hanno cambiato le regole del nostro mercato»

Il racconto dei commercianti lucchesi. Nell’ultima parte di via Fillungo prevalgono le attività private ma in via Roma siamo al cinquanta e cinquanta

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LUCCA. Che diversi negozi storici lucchesi, uno ad uno, negli ultimi anni, si siano trovati ad abbassare per sempre la saracinesca, è ormai un fatto di cronaca locale. Ogni volta, si portano dietro un pezzo della nostra città, un po' di storia e tanto dispiacere per non essere riusciti a "sopravvivere". La competizione fra le attività tradizionali e le catene più o meno note, risulta certo una guerra ad armi impari e, chi non ce la fa ad adeguarsi, è - per forza di cose - costretto a chiudere.

A ciò si sommano altri fattori non da poco, come il mercato di internet e i prezzi ridotti degli outlet o dei cinesi, ma questa (forse) è un'altra storia. Dopo l'articolo pubblicato ieri (2 dicembre) sul nostro giornale - in cui abbiamo percorso via Fillungo dal Canto d'Arco alla Loggia dei Mercanti e fino a Palazzo Sani, facendo il conto di quante siano qui le attività tradizionali in rapporto al numero delle catene - abbiamo proseguito l'indagine nello stesso modo, rivolgendoci, stavolta, alla terza parte di via Fillungo, da Palazzo Sani fino a piazza Santa Maria.

Se secondo il precedente sopralluogo, le attività tradizionali, da Canto d'Arco all'inizio di via Mordini, risultano però una schiacciante minoranza, prendendo in esame l'ultimo tratto, i numeri sembrano rientrare un po', sebbene la presenza di franchising sia comunque evidente e ormai radicata. Qui i fondi conteggiati in totale sono ottantaquattro: una cifra da cui però è necessario sottrarre quattordici esercizi pubblici (considerando anche la Cacioteca e l'alimentari Giurlani), la farmacia Giannini, tre agenzie immobiliari, tre edicole/cartolerie e due parrucchieri, per prendere così in considerazione solo negozi e catene. La cifra che otteniamo è sessantuno. Le catene risultano essere però solo venti, mostrando una situazione quasi ribaltata rispetto a quanto registrato da Canto D'Arco a via Mordini con settanta attività, di cui oltre cinquanta catene. Per fare qualche nome, da palazzo Sani a piazza Santa Maria, troviamo ancora negozi storici come la pellicceria Pierini o Lovi Lane, molti esercizi recenti, come Les Tricot o Tatina scarpe, e infine alcune catene come Sephora, Game Stop, Iper Soap, Sisley, Ubik. Da ciò, emerge come questo tratto risulti, forse, meno appetibile per i franchising e ancora accessibile a negozi tradizionali, probabilmente anche per i canoni di affitto più bassi rispetto ad altre zone.

Ma certo è che l'onda d'urto sembra arrivare anche qui.

«Il mondo cambia in meglio o in peggio - commenta Gianranieri Lenci, dell'omonimo negozio lucchese -. In questo momento il commercio è in mano a chi ha grandi disponibilità finanziarie, quindi alle catene. Piano piano sono cambiate, purtroppo, anche le regole del mercato: la liberalizzazione totale ha favorito la nascita di attività concorrenti vicine, nuove aperture a pioggia, orari sempre più dilatati che noi abbiamo difficoltà a sostenere. A ciò aggiungiamo tasse e burocrazia e il quadro è completo».

E pensare che, quando suo nonno Grisostomo aprì, erano i primi anni Venti. «L'unico modo è avere attenzione nel seguire la clientela che possiamo ancora gestire - prosegue - cioè quella del turismo, la vera risorsa, e quella locale, fatta da coloro che, pur con la difficoltà dei parcheggi, vengono comunque e in modo frequente. Conosco persone che non entrano in città da anni. Gli uffici sono quasi tutti fuori e i ragazzi si spostano qui giusto per i locali. Che dire? Che Dio ce la mandi buona».

Oltre a via Fillungo però, esiste un'altra strada che, seppur breve, racconta di un commercio che resiste e di uno che cambia. È via Roma con le sue dodici attività, a cui dobbiamo sottrarre la farmacia Melosi e il bar Casali: un totale di dieci negozi, di cui il 50% catene, come Oviesse, Profumeria Limoni o Dixie. «Non sono contraria all'ingresso in città di grandi marchi - afferma Giulia Presentini, titolare di Ottica Bruno, Casa della Penna e Note di Cuore - perché possono anche richiamare turismo. Il problema sono i tanti "negozietti" che sorgono sciupando l'ambiente a livello architettonico e di decoro, mettendo stand di cover o magliette esposte in strada: un tipo di commercio che non porta a niente. Quello che dobbiamo fare, come negozi a conduzione familiare, è, per quanto difficile, adeguarci, per esempio restando aperti la domenica. Offrire maggior possibilità di parcheggio, a tariffa gratuita o ridotta in alcune fasce orarie, potrebbe intanto essere un modo per incentivare le persone a venire in centro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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