Il presidio
Massacrò il padre, condannato a 14 anni
Lucca: per Andrea Gambino, 21 anni, pena ridotta per la concessione delle attenuanti generiche e per la scelta del rito abbreviato
LUCCA. Poco più di due ore bastano per chiudere una dolorosa vicenda che sconvolse la comunità di Saltocchio. Andrea Gambino, 20 anni, ex dipendente della zincheria Butori, è stato condannato dal giudice dell’udienza preliminare Riccardo Nerucci alla pena di 14 anni di reclusione per l’omicidio del padre. Giuseppe Gambino, 67 anni, pensionato dell’Italzinc di Ponte a Moriano, venne massacrato a colpi di casco integrale nella notte del 17 agosto del 2015 mentre dormiva nel letto dell’appartamento di via della Grotta a Saltocchio e venti giorni dopo l’aggressione, opera del figlio, morì senza riprendere conoscenza all’ospedale Cisanello di Pisa dove era stato trasportato in condizioni disperate.
Le attenuanti generiche. Da quattordici mesi l’imputato è rinchiuso nel carcere di San Giorgio. E ieri mattina, poco prima delle 10, è stato trasferito al tribunale Galli Tassi per partecipare all’udienza camerale in compagnia del suo legale Francesco Virgone. È apparso sollevato. Tranquillo e fiducioso dell’esito del processo si è seduto accanto al suo avvocato e ha ascoltato in silenzio tutte le fasi sino alla lettura del dispositivo da parte del giudice. La pena base era l’ergastolo, ma sia l’accusa - rappresentata dal sostituto procuratore Lucia Rugani - che il giudice hanno riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti (i futili motivi) che di fatto eliminano l’ipotesi del carcere a vita e riducono la pena edittale da un minimo di 21 anni e a un massimo di 30.
A quel punto l’imputato ha usufruito del rito abbreviato che comporta una riduzione di un terzo della pena. Infine è entrata in ballo la perizia psichiatrica del professor Mauro Mauri - docente al dipartimento di psichiatria dell’università di Pisa e consulente del gup Nerucci - che nella sua relazione ha avallato l’ipotesi del vizio parziale di mente. O per meglio dire di una diminuzione della capacità di intendere e di volere nel ragazzo al momento di compiere il crimine efferato. Per un duplice motivo: da un lato un disturbo della psiche che si era manifestato nel giovane sin dall’età adolescenziale, dall’altro l’intossicazione da sostanze stupefacenti o alcoliche nel frangente in cui si era scagliato con rabbia e veemenza nei confronti del genitore procurandogli con l’arma del casco un ematoma sudburale alla testa, fratture maxillo-facciali, la rottura della faringe e la frattura della quarta vertebra dopo aver cercato, inizialmente, di strangolarlo.
Per capire se il giudice dell’udienza preliminare ha accolto anche questa attenuante occorre attendere il deposito delle motivazioni. Secondo il pm la scemata capacità d’intendere al momento del delitto è stata già inserita nella riduzione della pena, secondo il legale dell’imputato invece il giudice avrebbe contraddetto il suo consulente non rilevando il vizio parziale e prendendo in considerazione esclusivamente le attenuanti generiche sarebbe partito con il calcolo della pena da 21 anni per poi ridurlo di un terzo (meno 7 e quindi 14 anni) per la scelta del rito. E se così fosse in Appello avrebbe spazio per un’ulteriore riduzione che abbasserebbe la pena intorno ai 10-11 anni. Una pena ridotta anche per l’assenza di costituzione della parte civile. Alle 12,15 il cellulare della penitenziaria ha riportato Andrea Gambino nel penitenziario di San Giorgio.
Il tema sul disagio familiare. Ha pesato sul giudizio anche una relazione scritta che l’imputato nel 2009, quando frequentava le scuole medie, presentò all’insegnante di lettere e in cui descriveva il suo rapporto con il padre: «Vivo in una casa tutta crepe e mio babbo spende i soldi nel gioco, nel vino e nelle sigarette». Parole che denotano un disagio sociale suffragato poi dalla relazione dei carabinieri del radiomobile e di Ponte a Moriano che intervennero sul luogo del delitto. Nella camera dove dormivano padre e figlio trovarono sporcizia e rifiuti ovunque.
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