Il presidio
Le mani della criminalità sull’agriturismo dei profughi
Interdittiva antimafia nei confronti dell’ex presidente del Viareggio Raffaelli I richiedenti asilo dovranno lasciare “Borgo Biaia” a Camporgiano
LUCCA. Un pericolo «attuale e concreto» di infiltrazioni mafiose nelle attività dell’imprenditore garfagnino Pietro Raffaelli (già presidente del Viareggio calcio agli inizi degli anni Novanta), compresa quella dell’agriturismo Borgo Biaia, a Camporgiano, utilizzato per ospitare decine di richiedenti asilo. Per questo il prefetto di Lucca, Giovanna Cagliostro, ha firmato lo scorso 2 agosto un provvedimento di interdittiva antimafia, confermato recentemente anche da una sentenza del Tar della Toscana. Si tratta di una misura prevista dal codice antimafia, che permette alle amministrazioni pubbliche di troncare qualsiasi rapporto con imprese che presentino un pericolo di infiltrazione mafiose. Per questo la cooperativa Odissea, che curava l’accoglienza dei migranti presso Borgo Biaia (e che è completamente estranea ai guai giudiziari di Raffaelli) si trova costretta a reperire altre sistemazioni per i profughi.
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Il “rapporto” di Raffaelli con le attività della criminalità organizzata parte da lontano. Ed è stato cristallizzato in una sentenza definitiva del 2008 per associazione a delinquere di tipo mafioso e riciclaggio aggravato, per i legami avuti con il clan Prudentino della Sacra Corona Unita pugliese. La scorsa primavera, poi, il Gico della Guardia di finanza sequestro una serie di beni di Raffaelli, su proposta della direzione distrettuale antimafia di Firenze: lo scopo, infatti, era quello di evitare che i possedimenti dell’imprenditore garfagnino fossero sottratti all’applicazione delle misure antimafia. Così erano arrivati i sigilli a cinqe società (fra le quali l’agriturismo di Camporgiano), 10 unità immobiliari di pregio, 74 terreni - di rilevante superficie e taluni anche edificabili - nonché di due autovetture di grossa cilindrata ed altre risorse finanziarie, per un valore complessivo stimabile in circa 17 milioni di euro. Tutti beni secondo l’accusa riconducibili a Raffaelli, tramite una rete di prestanomi, compresi alcuni familiari.
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Il provvedimento della prefettura fa un passo in avanti, anche sulla scorta delle valutazioni del Gruppo interforze antimafia riunito il 7 luglio scorso. Il quale ha dato «un giudizio di qualificata, attuale e concreta sussistenza del pericolo di infiltrazione mafiosa nei confronti delle attività gestite da Raffaelli». Giudizio che è stato alla base dell’interdittiva antimafia, che Raffaelli ha provato a contestare davanti al Tar, chiedendo la sospensiva. I giudici, però, hanno negato lo stop spiegando che «emergono elementi fattuali che giustificano il provvedimento (della prefettura, ndr) in realzione al condizionamento del Raffaelli nei confronti delle imprese condotte dai figli, con le quali l’odierno ricorrente intrattiene rapporti per il cui tramite appare probabile lo svolgimento di tentativi di infiltrazione».
Una situazione che ha fatto sì che di fatto l’agriturismo di Camporgiano, che ha ospitato anche oltre 30 migranti, non sia più utilizzabile a questo scopo. E così, come conferma il presidente di So&Co Luca Rinaldi, è cominciata un’operazione di “svuotamento”. Che tuttavia non è semplice ed è legata alla disponibilità di posti in altre strutture, per di più in un periodo che è stato di grandi afflussi. Risultato, all’interno della struttura vi è ancora una decina di persone che aspettano di essere ricollocate altrove.
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