Il presidio
Per i negozi storici un declino senza fine
L’allarme degli operatori: mancano parcheggi, il centro è isolato
LUCCA. Una saracinesca chiusa dopo l’altra. Un declino inarrestabile, che negli ultimi cinque anni ha mietuto una lunga serie di vittime. È quello del commercio lucchese di tradizione, dei negozi delle famiglie che ne sono state per decenni e a volte per secoli protagoniste: l’effetto della loro graduale uscita di scena per dinamiche spesso analoghe come i problemi di accesso del centro storico, sta causando - e lo farà sempre più se non si interverrà - un definitivo allineamento del centro storico lucchese a quello di qualsiasi città senza antica tradizione commerciale.
Lenci e gli altri. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della famiglia Lenci, la cui prima attività commerciale risale al 1870: tre negozi di abbigliamento chiusi in cinque anni. Prima la boutique in via Fillungo (nel 2011), poi l’outlet in via San Paolino, fino all’ultimo negozio rimasto in via Santa Croce, che chiuderà il 22 ottobre prossimo dopo la svendita totale. «Chiudiamo per via dei problemi del centro storico: i lucchesi non vengono più a fare acquisti perché ci sono pochi parcheggi, è difficilmente raggiungibile», ha detto tre giorni fa al Tirreno Andrea Lenci, il titolare. Andiamo a ritroso (di poco) e troviamo i Chelini, una grande famiglia con due rami commerciali: le calzature e le borse. L’antico negozio di Marina Chelini in via Fillungo chiuso nell’estate 2014 «per raggiunto limite di età», come dichiararono all’epoca i titolari; il negozio di calzature di Canto d’Arco Chelini e figli chiuso a primavera 2016 (fondo rilevato da De Simoni, altra famiglia storica, che vi aprirà una nuova boutique: unico segnale positivo dello scenario). Poche settimane fa, stesso epilogo per il negozio di borse Chelini in via Buia. Elisabetta Giusti, la titolare, l’ha spiegato chiaramente a fine agosto: «Non potevamo più andare avanti. Ci sono tanti problemi, a cominciare dai parcheggi».
Il caso Tenucci. Altra famiglia blasonata del commercio lucchese, i Tenucci. Prima la chiusura del negozio di abbigliamento in via Fillungo nell’ex profumeria Ristori poi, nella primavera 2016, la bomba che ha fatto saltare il negozio principale, la boutique di abbigliamento maschile vicina al Caffè Di Simo e quella femminile in piazzetta dell’Arancio: in poche settimane a metterli ko sono state una contestazione della guardia di finanza per un’evasione fiscale di circa sei milioni su più anni e un blitz di Equitalia per cartelle non pagate. Alla famiglia Tenucci è rimasto un terzo negozio di abbigliamento giovane e sportivo, in via Beccheria. Sempre il 2016 ha visto concludersi anche un’altra storia di commercio, quella della famiglia Buchetti: risale al 2012 la chiusura del negozio in via degli Asili (dopo quella dell’attività di piazza San Michele). La scorsa primavera ha cessato anche l’ultimo negozio in via Santa Croce: sull’insegna è riportata la data del 1921, anno della fondazione. A fine 2012 aveva chiuso anche Cariola in via Veneto, negozio di borse fondato nel 1872.
Fuga dal centro strorico. Questi i casi più eccellenti, cui fanno da contorno i cambiamenti attraversati da altre famiglie storiche del commercio lucchese che negli anni hanno diminuito il numero di negozi (come Innocenti), si sono ristretti in fondi più piccoli (come Bellandi), o hanno scelto fondi in zone della città dove gli affitti sono meno costosi. Come nel caso del negozio di biancheria Giribon, che a settembre 2015 ha lasciato il fondo in via Roma, pieno salotto buono di Lucca, per spostarsi in Borgo Giannotti. Il motivo? «Il centro ha perso qualità, si è omologato», dichiarava Cinzia Dianda, titolare e figlia di Giuseppina Giribon. Ma capita, talvolta, che ci sia dell’ altro: l’intenzione di passare dal commercio all’amministrazione di un patrimonio immobiliare accumulato negli anni. In grado di assicurare una sostanziosa rendita, a prova di parcheggi e affitti.
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