Il presidio
Luigi, la resistenza dell’ultimo carbonaio
Massei ha cominciato questo lavoro nel dopoguerra, sulle orme del bisnonno. Ora lo ha insegnato al figlio Arturo e al nipote Fabio, gli unici che l’hanno seguito
PESCAGLIA. C’è stato un tempo in cui nelle cucine di casa non esistevano i fornelli a gas, elettrici o a induzione e non c’erano nemmeno i negozi o i supermercati dove poter acquistare i sacchi già confezionati di carbonella per le grigliate. Se volevi mangiare, il fornello andava acceso con il carbone. Questo tempo, che è esistito fino a pochi decenni fa, lo ha conosciuto bene Luigi Massei rimasto oggi l’ultimo carbonaio.
Già, perché senza questa “figura professionale” era impossibile non solo mangiare ma anche fare molti altri lavori che necessitavano del fuoco e quindi del carbone. E proprio per questo in passato erano in molti a produrre carbone come Luigi Massei, per gli amici Luigino, che ha iniziato nel Dopoguerra proseguendo l’attività che era già di suo bisnonno. Oggi il lavoro non è più redditizio e sta ormai scomparendo: per evitarlo lo sta insegnando a suo figlio Arturo e a suo nipote Fabio gli unici, dei quattro figli e sette nipoti, che hanno intenzione di seguirlo in questa attività.
«Ritornavo a casa da scuola - ci racconta il signor Massei, classe 1933, alpino - e subito andavo nel bosco a portare da mangiare a mio padre, così mi fermavo ad aiutarlo: in quel periodo abitavamo alle Foci di Gello. Ho iniziato da piccolo e da allora ho sempre fatto il carbone dalla legna di castagno: è la pianta dei nostri boschi. Ne facevamo due tipologie diverse: quello che si chiama “di spacco”, cioè proveniente dalla legna grossa, serviva per i fabbri e per le fonderie mentre per i fornelli delle abitazioni il carbone proveniva dai randellini più fini, che chiamavamo “cannello”».
Ma come si svolge la giornata del carbonaio? «Innanzitutto tagliavamo i castagni nei vari boschi di nostra proprietà e poi li portavamo nelle “piazze”, cioè particolari zone all’interno del bosco che erano più pianeggianti e dove decidevamo di costruirci sopra la carbonaia.
Quando tutto era pronto, iniziavamo la costruzione. Nel centro della “piazza” si piantano tre pali e si legano con due anelli di giunco che servono per avere la direzione dell’“occhio”, cioè il buco che rimane in cima alla carbonaia una volta ultimata. A questo punto si procede con l’accatastamento dei rami di castagno, la cosiddetta “involtura”, tenendo conto anche del carbone che si vuole ottenere considerando che per avere un quintale di carbone ne sono necessari cinque di legna. Una volta sistemato il castagno, si mette il “calzone” cioè un giro di “pellicce” (zolle di terra ed erba) che serve per evitare che scivoli il legname. Inoltre, per dividere il terreno dalla legna, si mette uno strato di erba, l’“impaltricciatura”, e per ultimo si copre il tutto con la terra.
Finalmente è tutto pronto per l’“infuocatura”: all’interno dell’“occhio” si butta il fuoco, realizzato con arbusti e piccoli pezzi di legno. Successivamente, con un apposito bastone, si fanno dei buchi in basso per far entrare l’aria che così alimenta il fuoco e fa bruciare la legna in maniera uniforme. Quando il fuoco ha preso forza, si chiude l’“occhio” con del fieno. La carbonaia rimane accesa per alcuni giorni e notti (la “cottura”), a seconda della sua grandezza e il carbonaio la deve sempre controllare. Se veniva realizzata lontano dalla mia abitazione, costruivo una specie di capannellino accanto alla carbonaia e ci dormivo dentro. Successivamente inizia la “levatura”: con un rastrello si apre la carbonaia e si separa il carbone dalla terra in modo che raffreddi. Una volta raffreddato, si prende il carbone e si inserisce all’interno di balle di juta (oggi si usano anche sacchi neri) per poi essere venduto».
Gli acquirenti, muniti di muli, arrivavano direttamente nelle carbonaie dove caricavano le balle. Ma il suo carbone Luigino lo ha venduto anche alla S.M.I. (ora Kme), sia nello stabilimento di Fornaci che in quello di Campo Tizzoro.
Sull’attività di Luigi Massei recentemente è stato realizzato un documentario da Roberto Giovannini dal titolo “Nero come il carbone” prodotto dal Museo del Castagno di Colognora (per info www.museodelcastagno.it) su iniziativa del direttore Angelo Frati e oggi è in distribuzione nelle scuole.
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